Editoriale – Incendio boschivo, bracconieri e … il business dei cinghiali

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) È finita l’estate, ma non è stata ancora archiviata la stagione degli incendi e così troppo spesso spaventosi roghi devastano migliaia di ettari del nostro patrimonio boschivo.

Solitamente si tratta di comportamenti dolosi, ma chi si “diverte” ad appiccare il fuoco, facendo bruciare migliaia di alberi? Certamente un incendio non avvantaggia gli operatori edili, in quanto sulle aree bruciate c’è il divieto di edificare per 10 anni; nei nostri boschi non ci sono temperature che possono permettere l’autocombustione; potrebbe essere un folle incendiario che ama bruciacchiare il verde che lo circonda. L’aumento degli incendi, sarà semplicemente un caso, si accentua con l’arrivo dell’attività venatoria. Le fiamme divampano in seguito a diverse tecniche legate alla caccia/bracconaggio, i bracconieri senza scrupoli appiccano il fuoco, animati da diversi obiettivi: spostare la fauna dalle aree protette dove è difficile cacciare; concentrare gli animali in zone limitrofe all’area bruciata di più piccole dimensioni; impedire a qualcuno di cacciare in quell’area. In queste ultime settimane la nostra zona è stata interessata da due grandi incendi, quello di Ferentino e di Anagni. Le fiamme sono partite in entrambi i casi intorno alle ore 20/21, quando le temperature iniziano a scendere. Scartando le ipotesi oggettive di fulmini (cielo sereno) e di fuoco sfuggito al controllo di agricoltori (zona boschiva), facendo il sunto di una serie di considerazioni, non resta che valutare il dolo negli incendi di questa fine estate. È più facile cacciare gli animali su un pezzo di bosco dopo un incendio, perché la fauna, ovviamente quella sopravvissuta alle fiamme, si concentra nella parte non incendiata. A volta accade pure che ci siano delle vere e proprie faide tra cacciatori: per “dispetto” si dà fuoco alla zona di caccia del “concorrente”, perché le aree percorse da incendio sono inibite alla caccia per 5 anni. Intorno alla distruzione di ettari di boschi, ruotano interessi miseri rispetto al danno ambientale perpetrato, che costano moltissimo alla comunità, calcolato anche l’aumento dei costi per la gestione del territorio. Gli alberi svolgono l’indispensabile funzione di difendere la salute assorbendo l’anidride carbonica, sono nozioni elementari. Come è possibile pensare di appiccare un fuoco solo per cacciare una lepre o in cinghiale in più, distruggendo ettari di bosco? È un vile “gioco” ed è importante ricordare ai “furbetti” del bracconaggio che l’incendio boschivo è tra i reati ambientali puniti più severamente, con pene che vanno dai quattro ai dieci anni e forse questo potrebbe essere un valido deterrente. Gli incendi di Ferentino e di Anagni hanno interessato le zone di caccia ai cinghiali ed è proprio in questo periodo che le sagre reclamano le loro prede.  Molto spesso un incendio nasconde un “modesto” business, appunto… quello dei cinghiali. La carne di questa selvaggina costa dai 15 ai 18 euro al kg, quindi un cinghiale che normalmente pesa intorno ai 100 kg, diventa un cospicuo sacchetto di denaro che corre su quattro zampe. Considerando che un cacciatore può ammazzare all’anno una media di circa una trentina di ungulati e una squadra molti di più, il tutto si traduce in un affare di bei soldini. Nella maggior parte delle regioni italiane non esiste una normativa che regolarizza la vendita di carne di cinghiale, è un prodotto che necessita di rintracciabilità ed è quindi difficile trovarlo nei banchi delle macellerie. I buongustai però non possono rinunciare a un bel piatto di pappardelle al sugo di cinghiale e di conseguenza la caccia selvaggia di questo animale non guarda in faccia a nessuno. Nei banchi della carne non si trova e se si trova è ammessa la vendita solo di quella congelata, ma in qualche modo bisogna pur procurarsela! Però l’art. 37 comma 2 della legge 157/92 parla chiaro: “è vietato commerciare   fauna   selvatica morta, non proveniente da allevamenti, per sagre e manifestazioni a carattere gastronomico; vendere, detenere per la vendita ed acquistare selvaggina morta. Per la detenzione, il trasporto e la vendita della selvaggina morta o viva proveniente da allevamenti è necessaria una documentazione indicante la provenienza, il numero e la specie dei capi.” La violazione di questa legge è un reato penalmente perseguito. Da non sottovalutare che la carne di origine ignota rappresenta un grosso rischio per la salute pubblica. Concludendo, ettari di bosco incendiati per cacciare qualche cinghiale in più… ma i bracconieri non si accontentano solo di cinghiali, cacciano di tutto, dai bovini agli equini, cacciano sempre anche fuori dal periodo stabilito e specie non cacciabili, di giorno o di notte quando è sempre vietato, con mezzi non consentiti, lacci e trappole. Pare che arrivino a bruciare 20/30 ettari di bosco a incendio, in cambio di pochi denari: questi bracconieri non sono proprio dei grandi affaristi! Anna Ammanniti
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