ESCLUSIVA Anagni – Jago, come dare vita al marmo: l’intervista!

Anna Ammanniti
12 MIn Lettura
(di Anna Ammanniti) L’intervista a Jago è una delle più belle che ho mai realizzato, perché oltre ad essere un grande artista di fama mondiale è un mio concittadino ed è un onore leggere il suo nome dappertutto, sapere che è nato, cresciuto e vissuto nella mia città, mi riempie di orgoglio.

Jacopo Cardillo, in arte Jago, è lo scultore che dà vita alla pietra, l’artista dalle straordinarie capacità, oltre essere un grande maestro dell’arte, è un uomo ricco di entusiasmo, con una visione profonda della vita. L’intervista telefonica che gentilmente ci ha rilasciato è diventata una piacevole scoperta di un uomo innamorato dell’arte e di quello che fa, con estrema umiltà ha raccontato il suo essere creativo in ogni cosa e lo ha fatto con deliziosa simpatia. Jago ha 32 anni, è nato ad Anagni da mamma Laura, insegnante di educazione artistica e papà Stefano, architetto; ha respirato arte a casa fin da bambino. Anagni è un piccolo centro della Ciociaria e le sue doti sono grandi, enormi. Tanto è vero che la storica d’arte Maria Teresa Benedetti, la sua mamma d’arte, gli consiglia di evadere da Anagni, per capire cosa c’è fuori e magari poi tornare. Gli consiglia di andare a Roma, lui prende alla lettera il consiglio della storica d’arte, ma non si “accontenta” di Roma, vola a New York ed è qui che vive da circa un anno. Quando è nata la tua passione per la scultura? Ho sempre avuto una predisposizione a cercare di capire le cose, toccandole. Fin da bambino i miei giochi erano giochi di manipolazione, toccare le cose era la mia tendenza caratteriale, non mi accontentavo di vedere con solo gli occhi, ho sempre cercato di mettere insieme tutti i sensi per capire la realtà che mi circondava. Da piccolo giocavo con i mattoncini Lego, mi piaceva costruire, fare, è il gioco più bello al mondo insieme ai giochi all’aperto. E’ una passione che è germogliata in me in tenera età. Sono cresciuto in un ambiente culturale, la mia famiglia, dove ero in contatto continuamente con l’arte. A casa avevo a disposizione i libri e i cataloghi di scuola di mia mamma e mio padre, architetto che seguivo in cantiere. Vedevo come disegnava, restavo affascinato e questi sono stati i miei primi punti di riferimento. Mia madre mi portava con lei nelle gite scolastiche a Roma, luoghi importanti e belli. In quei posti mi sono identificato e come succede a quei bambini che hanno il papà che gioca a calcio o fa l’allenatore e ne seguono le orme, io ho ereditato l’arte. Allora è il caso di dire che sei figlio d’arte? Siamo tutti figli d’arte in qualche modo, la vera eredità è l’abitudine e le cose che facciamo tutti i giorni, ereditiamo qualsiasi tipo di cultura. La mia eredità è stata quella di poter accedere a una dimensione della bellezza, quella data dalla nostra tradizione culturale italiana, frutto di una continua contaminazione incredibile che c’è stata nei secoli e che spero continui ad esserci in futuro. Mi sono riconosciuto in quei maestri della tradizione. Quando mamma mi diceva di guardare quella cosa fatta da Michelangelo, vedevo questo tizio ed era incredibile e io pensavo di voler fare lo stesso, di essere così grande e questo atteggiamento, questo senso di emulazione, che consiglio a tutti, l’ho avuto anche per tante altre cose, per il calcio, la musica e altre cose che faccio nella vita. Di cosa altro ti occupi? La scultura è una parte di quello che faccio, la parte estetica che emerge, è quella che condivido, che io amo. Ma la scultura non sarebbe arrivata se non mi fossi occupato di comunicazione, di marketing, di musica, perché tutto converge e cerco di fare tutto allo stesso livello. Parliamo di scultura perché è una cosa visibile, intorno l’immagine è sostenuta da un bagaglio culturale molto più vasto. Non è totale perché ritengo di essere ignorante nel 90% delle cose, però quelle cose lì riesco a padroneggiarle e credo che la bravura sia quella di circondarsi di persone che ne sanno più di te, che possono seguirti in un percorso ed imparare. Lo scultore in cui trovi ispirazione e quello a cui la tua arte più si avvicina? In passato ho avuto dei punti di riferimento chiari e li porto nel mio cuore. Hanno determinato il mio amore per la scultura e sono i maestri della nostra tradizione. Però mi lascio piacevolmente condizionare da tutto quello che mi circonda. Ho le porte aperte con dei filtri ben precisi che lasciano entrare le cose che possono essere utili. Ognuno può essere un punto di riferimento, non necessariamente un artista importante e affermato, dall’altra parte è affermato perché qualcuno dice che lo è: alcuni affermano e noi accettiamo. Sono in grado di distinguere e vedere il valore a prescindere da quello che mi viene proposto, quindi ho tanti punti di riferimento e ogni giorno ne arrivano di nuovi. Ogni cosa che mi circonda la vedo come un bambino pronto ad imparare e questa è una cosa fantastica. La tua opera a cui sei più affezionato? Non c’è un’opera a cui sono particolarmente affezionato. Sono tutte importanti, ognuna di essa ha portato ad un’altra opera. Il processo creativo avviene nel fare, ogni opera per me è un momento di crescita, un luogo di indagine, o semplicemente una possibilità. Da un po’ mi sono reso conto di non riuscire a stupirmi guardando le mie opere e questa emozione mi manca. Quando vedi per la prima volta una cosa è bellissimo, un’emozione incredibile e io non potrò mai provare questa sensazione per una mia opera. Qual è stata la tua prima opera? Oggi non so dirti quale è la mia prima opera, non so dare la definizione precisa di opera, è un continuum! L’oggettino fatto in legno di nocciolo che avevo in giardino a casa, intagliato con un coltellino, opera di un bambino che sarebbe diventato poi quello che lavora il marmo e fa altre cose. La mia prima opera in marmo si trova ad Anagni, non l’ho mai condivisa e non si trova sui social. Puoi dire quale è? No! ( Segue la risata di Jago come tutte le persone geniali che riescono anche ad ironizzare ndr) E’ un’opera che non ha neanche un titolo, mi tengo questo segreto! Ti è mai capitato di creare un qualcosa che appena hai ultimato non ti piaceva? Impossibile! Sarei uno stolto! Immagina una persona che fa qualcosa e deve aspettare otto mesi per capire alla fine che ha fatto una stupidaggine! Nella tua immaginazione magari la vedi in un modo e poi invece man mano che metti in pratica ti accorgi che non è come l’avevi creata nella tua mente? La fortuna e la bellezza è che l’opera non è mai come la immagini! Se fosse come è nella tua immaginazione sarebbe inutile farla! Si crea perché sai che si modifica, c’è quel viaggio che è il FARE! Nell’opera puoi scoprire delle cose nuove e l’opera cambia per quel cambiamento! L’immaginazione è una grande risorsa, ma può essere anche un limite. Come ti è venuto in mente di spogliare il Papa? Jago di nuovo ridendo risponde: “Perché quel vestito era pesante!” Mi è venuto in mente perché sono state le circostanze a suggerirmi di intervenire sul quell’opera che era “un’opera finita”. La circostanza era quella delle dimissioni del Papa, si spogliava della sua carica e dentro di me emerse la necessità di rintervenire per fare una cosa che potesse piacermi. Quell’opera non mi era mai piaciuta, ecco posso dire che quell’opera è l’unica che non mi piaceva, perché l’avevo creata tenendo conto di alcune cose. Intervenivano numerose persone, tutti “giudici” a metter bocca su come andava fatta. All’epoca ero ancora acerbo di certe dinamiche, oggi avrei detto si fa così e basta, o non la faccio! Accettai di fare una cosa che in realtà non descriveva minimamente quello che erano le mie esigenze, i miei desideri, la libertà di un lavoratore manuale. Spogliando il Papa ho raggiunto quello che era in linea con la mia identità, con la mia idea, con quello che pensi di essere. Il lavoro del Papa è stato un punto di svolta della mia carriera del mio percorso. Perché la Venere invecchiata? Chi ha detto che la bellezza è una giovane donna? E’ frutto di un’educazione recepita, dobbiamo guardare alla bellezza, ma prima dobbiamo capire cosa è la bellezza. Non c’è più una cultura che permette di saper leggere, analizzare, capire le proprie emozioni. Quindi ti ritrovi uno che non comprende la differenza tra abbracciare una donna e stuprarla, perché non è in grado di leggere le proprie emozioni. Manca la cultura e questa la danno i poeti, la letteratura, la lettura. Vi è un grande limite nelle scuole, non esiste più il tema libero, c’è l’analisi del testo. Abbiamo bisogno di persone che vanno dentro gli uffici e non di creativi che sappiano arricchire il mondo con la bellezza e allora io critico questo sistema perché ne faccio parte e posso permettermi di criticare. La Venere è l’immagine iconica di riferimento che vediamo nei musei. Era bella e giovane, ma poi c’è la caratteristica: la venustà che è l’essere Venere. Se una donna si sente Venere lo sarà anche a 100 anni. Una cosa bella, è bella sempre. Cosa ti aspetti dal futuro? Quando lo incontro te lo dico! Intanto mi limito a vivere nel presente, realizzo i miei progetti, vado avanti, ho molto da fare! Anna Ammanniti
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