(di Anna Ammanniti) Era successo già da qualche giorno quando arrivò anche in provincia di Frosinone, la notizia dell’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl. Gli adulti parlavano di un fatto gravissimo che aveva causato l’inquinamento di quasi tutta Europa, una grande nube nera e tossica si era impadronita anche dell’Italia; i piccoli sapevano che da quel giorno era vietato mangiare ortaggi, carne e bere latte.

Da quel giorno Chernobyl, città sconosciuta fino a quel momento entrò a far parte del linguaggio comune. Sembrava un giorno come tanti, un giorno di primavera, la vicenda di Cernobyl sconvolse anche la Ciociaria, la nube tossica proveniente dalla lontana Russia, con i forti venti era arrivata sul Bel Paese e
le sue radiazioni avevano allarmato il nostro popolo. Ci fu l’obbligo di abbattere gli animali da cortile e quando pioveva si sentiva ancora più forte il divieto di consumare ortaggi di coltivazione propria. Era il 26 aprile del 1986 e una tragedia senza precedenti aveva colpito la centrale nucleare di Chernobyl, situata in Ucraina settentrionale, nei pressi di Kiev, all’epoca una delle repubbliche dell’Unione Sovietica.
Un guasto al reattore numero 4 provocò
il più grande incidente della storia dell’energia nucleare. Era l’1.24, nel cuore della notte, mentre era in corso un delicato test di sicurezza, esplose il reattore provocando la fuoriuscita di materiale radioattivo, in quantità cento volte maggiore rispetto a quella delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. In realtà le esplosioni furono due, saltò in aria il tetto a cupola del reattore e si diffusero nell’atmosfera circa
50 tonnellate di carburante nucleare.
La nube radioattiva investì tutta l’Europa provocando una serie di conseguenze nella popolazione. Solo il giorno dopo furono evacuati i 45 mila abitanti di Pripyat, la città vicino Chernobyl. Nei giorni successivi le 130 mila persone in un raggio di 30 km dovettero lasciare le proprie case. In totale furono circa 350 mila le persone evacuate dalla regione e costrette a trasferirsi altrove. Il 28 aprile giunse l’allarme in Europa, in Svezia venne registrata radioattività anomala nel Paese. In Italia le prime notizie arrivarono il 30 aprile, erano però informazioni
scarse e abbastanza confuse, ancora non si era ben compreso cosa fosse realmente successo e la gravità dell’evento. La Russia smentiva categoricamente l’accaduto, cercando in seguito anche di ridimensionare la tragicità dell’esplosione. La paura maggiore che traspariva nei tg e sui giornali era la nube radioattiva che viaggiava per l’Europa.

Nei primi dieci giorni successivi alla catastrofe si tentò con ogni mezzo di fermare la fuga radioattiva, con elicotteri militari che versarono oltre 1800 tonnellate di sabbia e 2400 di piombo sul reattore.
Solo il 6 maggio la situazione fu sotto controllo. L’ammissione del disastro arrivò da Mosca il 14 maggio, dopo ben 18 giorni. Le vittime del disastro furono circa 4 mila, decedute a causa delle radiazioni, e poi un numero infinito di persone colpite da casi di tumore alla tiroide. Una vera e propria tragedia con conseguenze drammatiche di cui ancora oggi paghiamo lo scotto. Tra gli effetti più gravi sull’ambiente, la
contaminazione nucleare del suolo e delle acque, ancora oggi ci sono tracce di materiale radioattivo in tutto l’emisfero nord del pianeta. Senza tralasciare i tumori negli abitanti della zona, in particolare su persone che all’epoca del disastro erano nell’età dello sviluppo.
Per anni e anni dopo il disastro, la percentuale di morti per cancro e leucemia aumentò. Il 1 maggio del 1986 in Italia le stazioni di controllo rilevarono i primi aumenti di radioattività, il giorno dopo la Gazzetta ufficiale pubblicò un’ordinanza del Ministro della Sanità che vietava per 15 giorni la vendita al pubblico di verdure fresche a foglie e la somministrazione di latte ai bambini fino ai 10 anni.
Dopo l’incidente, l’Unione Sovietica costruì in tutta fretta un
sarcofago, per meglio sigillare il reattore nucleare di Chernobyl, oggi prossimo al crollo.
Anna Ammanniti