(di Irene Mizzoni) Ogni bottiglia scolata e lasciata nei vicoli del centro può raccontare una storia. Cocktail contro la noia. Alcool per inebriare la delusione. E’ l’ebbrezza della gioventù, il bisogno di opportunità, i sogni della speranza che s’infrangono contro la maledetta negazione che aleggia sul piccolo, oggi periferia del niente. E’ allora, nel buio della notte, lungo i vicoli, che l’incontro diventa movida. Nelle ore più profonde quella movida ritorna al passato. E’ primordiale. E’ ur-movida.
I segni della urmovida sono visibili fino alla mattina. C’è il diavolo nella bottiglia, come il racconto di Stevenson. Attraverso quella bottiglia lo scrittore è riuscito a raccontare l’intimità dell’uomo sempre in bilico tra l’attaccamento ai beni terreni e il desiderio di volare alto oltre l’egoismo e i propri limitati bisogni.
Nella bottiglia c’è il diavolo tentatore e chi possiede la bottiglia può appagare ogni desiderio materiale: fama, ricchezza. Ma la condizione per ottenere tutto questo non è senza conseguenze: una volta morto, il malcapitato finirà dritto dritto all’inferno.
Un racconto già visto ma utile – e dunque da leggere – per capire un pò di più se stessi. Perchè le politiche giovanili passano anche per i libri.
