L’uomo, attualmente in carcere a Velletri per reati di droga, è accusato di concorso in omicidio con gli altri tre arrestati a inizio indagini, tra cui il figlio Mario.
Nelle scorse ore, il Reparto Operativo – Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Frosinone, in collaborazione con le compagnie di Frosinone, Alatri ed Anagni, ha dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. di Frosinone, Ida Logoluso, su richiesta della del Procuratore Giuseppe De Falco e dei magistrati Dott. Coletta e Dott. Misiti. Destinatario era Franco Castagnacci, cinquantenne alatrense già noto per il coinvolgimento dell’omicidio Morganti e attualmente in carcere a Velletri per reati di droga. Caatagnacci, al pari dei 3 già in carcere, tra cui suo figlio Mario, è ritenuto responsabile di concorso in omicidio volontario, poiché implicato nella feroce aggressione che ha cagionato il 26 marzo scorso, in conseguenza delle gravissime lesioni procurate, la morte di Emanuele Morganti. A carico dell’arrestato sarebbero emersi gravi indizi di colpevolezza circa il suo attivo coinvolgimento nel violento delitto, concretizzatosi “nella partecipazione all’aggressione di Emanuele subito dopo che era stato portato fuori dal locale; nell’averlo inseguito sino alla parte alta della piazza, dove il giovane aveva tentato di fuggire, braccandolo e continuando a colpirlo; nell’aver, immediatamente dopo, impedito ad un giovane, trattenendolo con forza, di accorrere in soccorso di Emanuele che, nel frattempo, dopo essersi liberato da lui, veniva affrontato ed aggredito dai tre indagati già sottoposti al regime detentivo che ne causavano, infine, la morte”. “Il provvedimento cautelare– si legge nell’informativa dei CC- si è reso necessario alla luce della condotta collaborativa tra l’arrestato e gli ulteriori tre indagati per l’intera fase dell’aggressione; per la rilevantissima pericolosità desumibile dal comportamento particolarmente crudele e dall’accanimento della condotta realizzata in danno della giovane vittima nonché per prevenire il concreto rischio di inquinamento di prove consistenti nel pericolo che il prevenuto possa continuare a subornare o minacciare i testi, come emerso durante le indagini, per favorire la propria posizione e quella del figlio”. Andrea Tagliaferri
