Il Comune cerca le ruspe per abbattere i fabbricati abusivi, e mentre professionisti del settore rifiutano sdegnati, qualche impresa anagnina accetta di farlo.
L’ufficio tecnico del Comune, notoriamente ed in maniera critica e contestata guidato da un “non anagnino”, è alla ricerca di imprese di costruzione, o meglio di distruzione, disposte ad effettuare gli interventi più odiosi che possano essere attuati. Periodicamente, da decenni, le procure inviano solleciti minacciando chissà quali provvedimenti nel caso non si provveda ad ottemperare alle ordinanze emesse dagli stessi sindaci; ordinanze emesse a carico di chi abbia edificato manufatti senza essere provvisto di autorizzazione, e naturalmente non assoggettabili a sanatoria. L’ultimo tentativo in ordine di tempo, ad Anagni, risale a circa 20 anni fa. L’assessore all’Urbanistica terrorizzò il sindaco sostenendo che la Giunta avrebbe rischiato penalmente, e venne trovata pure un’impresa, di fiducia dell’assessore, disposta a ridurre in macerie i fabbricati. Intervenne la politica, che a quei tempi ancora esisteva. Il PRI avvisò il sindaco “ci facciamo arrestare, ma non demoliamo le case agli anagnini, a meno che non si tratti di un pollaio in piazza Innocenzo!”. Gli altri seguirono a ruota, temendo l’impopolarità, ed invece delle case … fu abbattuto l’assessore. Il problema è delicato. L’Italia ha pareggiato i bilanci grazie alla sanatorie, e certamente l’abusivo non è un criminale, pur avendo scavalcato la legge. In certi casi (situazioni ambientali e paesaggistiche, edifici che intralcino la circolazione e che mettano a rischio il territorio …) occorre intervenire, ma in tantissimi casi si tratta di abitazioni occupate; demolendo le quali, il Comune deve ospitare gli sfrattati in albergo, o in strutture a carico della comunità. La vicenda rischia di scatenare reazioni dagli esiti imprevedibili. Jackal
