Non ha peli sulla lingua Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. Non fa sconti e senza giri di parole parla del sempre florido business della malavita: lo smaltimento dei rifiuti. Un modus operandi che ‘ingrassa’ le organizzazioni criminali e che trova terreno fertile tra i corrotti. Nelle pubbliche amministrazioni e nel privato. Rifiuti e corruzione, un binomio perfetto e inossidabile.
Le parole del magistrato numero uno Italia sono rimbombate nell’aula magna dell’Università di Cassino dove il dottor Roberti era relatore d’eccezione al convegno ‘dall’ecologia ambientale, all’ecologia umana’ fortemente voluto dal magnifico rettore Giovanni Betta. Un parterre d’eccezione che ha visto presente anche il dottor Giovanni Conzo, magistrato di punta della Dda di Napoli contro la lotta ai casalesi ed ai narcotrafficanti ed oggi procuratore aggiunto a Benevento.
Roberti e Conzo per anni, da magistrati in forza presso la Distrettuale antimafia partenopea, hanno indagato sul Cassinate e sul basso Lazio, senza escludere il sud pontino. “Devastazione disastrosa e profitti senza limite – cosi ha definito Roberti lo smaltimento illecito dei rifiuti in Italia -. Le tante indagini ci hanno consentito di scoprire che il sistema della gestione rifiuti nazionale si basa sulla commistione tra attività legali e illegali che ha portato a una crisi di funzionalità del sistema stesso. In Italia si rispetta la legge fino a che si rispettano i profitti ipotizzati dalle attività messe in piedi”.
Il procuratore aggiunto Giovanni Conzo ha invece puntato l’indice sulla scellerata attività di smaltimento messa in atto negli anni ’80 e ’90. Quel
proliferare di discariche abusive di cui parlano tanti pentiti di camorra e che non esulano il frusinate, il Cassinate e il sorano. Si riferisce il magistrato Giovanni Conzo ai rifiuti smaltiti lungo la tratta ciociara della Tav, ai fusti tossici seppelliti sotto piazzali in cemento di aziende di Ceprano ed Arpino, ai fusti pieni di solventi rinvenuti a Pontecorvo.
La prima denuncia presentata alla commissione antimafia risale al 1998 quando il procuratore capo di Cassino, Giovanni Francesco Izzo, ricostruisce al presidente della commissione Massimo Scalia, il percorso dei rifiuti di provenienza illecita arrivati probabilmente smaltiti nel territorio di competenza della Procura di piazza Labriola. Un intervento secretato fino a qualche anno fa (leggi qui) e le cui parole suonano come una ‘cassandra’.
“Sono in possesso degli atti relativi a tre procedimenti; tutti e tre attengono a rinvenimenti e scoperte di pochi mesi fa, ma relativi ad interramenti che, sulla scorta delle notizie di fonte informativa e più propriamente testimoniale, risalgono agli anni 1984-1985 e 1986 – spiega Izzo -. L’allarme che si è creato – che io condivido e che anzi amplifico – è dovuto proprio alla scoperta preoccupante di discariche di rifiuti nocivi e spesso tossici di natura industriale che, a detta di alcuni testimoni e secondo elementi anche di deduzione abbastanza fondati e logici, debbono farsi risalire anche a dieci anni fa. L’allarme appare fondato innanzitutto perché è lecito presumere che se sono rimasti finora impuniti e rischiano di rimanere tali dal punto di vista penale – ne parleremo di qui a un momento – interramenti effettuati dieci anni fa, è facile temere che dal 1984 al 1996 ne siano stati fatti altri. Sono il primo ad augurarmi che ciò non risponda a verità, ma il timore è ben fondato. In ogni caso, se per un
accidente fortunato le scoperte avvenute negli ultimi mesi risultassero gli unici occultamenti ed interramenti di rifiuti solidi nocivi e tossici, il segnale sarebbe ugualmente allarmante perché, come la Commissione potrà con calma desumere dagli atti dei tre procedimenti, si tratta di materiale tossico abbastanza importante. Questo occultamento inoltre è preoccupante sia per l’elevato volume sia per la profondità cui i rifiuti sono stati interrati, il che fa temere che qualche residuo non sia stato ancora individuato e portato alla luce negli scavi effettuati nella fase delle indagini preliminari nell’ambito dei procedimenti penali in atto.
In estrema sintesi, abbiamo innanzitutto un procedimento – il primo in ordine cronologico; il secondo è presso la procura di Cassino – instaurato in seguito ad indagini del corpo forestale dello Stato di Vigevano, che era sulle tracce di un’attività illecita criminale di questo genere avente ad oggetto una società di Bergamo; troverete infatti, negli imputati di questo procedimento, alcune persone residenti nelle province di Como e di Bergamo; si tratta di un’ex cartiera, denominata con l’acrostico SIGICAR, che avendo cessato la propria attività si era data ad altra attività consistente nel ricevimento ed occultamento o interramento di rifiuti tossici. Nella specie è stato accertato che si trattava di solventi esausti clorurati. Questo materiale veniva ed è attualmente depositato in alcuni silos e cisterne che, sia per il tempo trascorso sia per l’alta corrosività dei materiali, e forse anche per la non completa adeguatezza del materiale con cui sono costruiti, danno all’osservazione visiva segnali di cedimento, con le conseguenze che tutti possono comprendere. Dai campioni raccolti è risultato che si tratta di rifiuti tossici e nocivi per i parametri AS: addirittura arsenico, cadmio, HG mercurio, eccetera, quindi con deduzioni ben facili in riferimento sia all’indole delinquenziale delle persone che si sono prestate a questa attività sia all’urgenza di intervenire per una bonifica“.
Il procuratore parla non solo di Isoletta d’Arce ma a che di Castelliri e Pontecorvo. “Nel leggere gli atti non mi sono posto il problema di un giudizio circa la maggiore gravità di un procedimento rispetto all’altro – prosegue ancora l’ex procuratore – ma è veramente difficile dire quale dei tre casi sia il più grave. Sono tutti e tre gravissimi, sia per la facilità con cui sono stati fatti questi interramenti (ne sia prova il fatto che solo dopo dieci anni si è riusciti, per circostanze spesso fortuite, ad averne sentore), sia per la nocività dei materiali stoccati o interrati“. A distanza di diciannove anni da quell’audizione poco è cambiato in provincia di Frosinone. Le procure indagano, le forze dell’ordine scavano e trovano rifiuti ma la messa in sicurezza dei siti inquinati sembra essere ancora un concetto troppo difficile per essere concepito da sindaci ed amministratori.
@nicoletti
