Alatri – Che la morte di Emanuele Morganti non coincida con quella di Alatri

Alessandro Andrelli
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(di Roberto Caporilli) Ciò che state leggendo non ha la pretesa di essere un editoriale ma la semplice esposizione delle proprie idee da parte di un ragazzo nato e cresciuto ad Alatri, un cittadino che non accetta di vedere il suo paese messo in ginocchio, oltre che da questa immane tragedia, anche da una descrizione poco veritiera. Da qui nasce il tentativo di ristabilire la verità che, vogliate perdonarlo, in alcuni punti assume i contorni dello sfogo.

La morte di Emanuele non può e non deve coincidere con quella di Alatri. Sull’omicidio Morganti, sulle sue modalità e su quanto sia stato brutale l’atto si sono versati fiumi d’inchiostro, usati metri e metri di pellicola. Nel tritacarne c’è finita tutta la città, descritta come un far west in cui vige soltanto la legge del taglione ma soprattutto come una comunità omertosa, impaurita, che gira la testa dall’altra parte. Ora basta! La parte più buona di Alatri, quella migliore, non può essere messa alla gogna per le azioni scellerate di pochi. Dov’è l’omertà? Dove? Non ad Alatri! Altrimenti come sarebbe stato possibile acciuffare gli assassini (presunti) in meno di 48 ore? #ChiSaParli è l’hashtag partorito poche ore dopo l’aggressione ma chi sapeva, ha parlato subito. Ha parlato senza alcuna reticenza, ha descritto ciò che aveva visto, lo ha fatto senza paura e ha permesso di individuare i responsabili (sempre presunti) della mattanza. Da dove deriva questa descrizione di paese omertoso? Perché lo storytelling della vicenda è improntato alla descrizione di Alatri come un ricettacolo di buzzurri, ubriaconi e codardi? Non ci sto! Mi sono sempre vantato di essere alatrense e non sto qui a farmi gettare fango addosso da chi non sa nulla di questo luogo meraviglioso, da chi ci è arrivato da tre giorni armato di telecamera e microfono ma probabilmente anche di paraocchi. Alatri non può essere infangata da un modo di raccontare fazioso e tendenzioso, uno stile giornalistico che evidenzia soltanto il peggio, mette in mostra il lato disumano e vergognoso di una città che invece si è dimostrata fiera, orgogliosa e anche coraggiosa perché chi c’era ha riferito senza remore la sua versione agli inquirenti. Forse le troupe che affollano la città da giorni sono abituate a gente che sgomita per farsi intervistare? Bene, signori miei, non scambiate la riservatezza con omertà, gli alatrensi hanno parlato in caserma ma non di fronte ai microfoni. Scusateci ma da queste parti siamo fatti così: di fronte a una tragedia piangiamo, non riusciamo a spettacolarizzarla anche perché, per quello, ci siete già voi. Quindi ora basta, la storia dell’omertà ha già farcito troppi servizi, adesso bisogna mostrare la parte migliore di questa città: quella che soffre in silenzio, che si vergogna di quanto accaduto ma lo tiene per sé, soffre maledettamente ma non urla il proprio dolore dentro un microfono. La teoria dei 15 minuti di notorietà di Warhol ad Alatri la conosceranno in pochi ma ancora meno hanno scelto di avvalersi di questa tragedia per fare una comparsata davanti alle telecamere. Un atteggiamento lodevole, una compostezza che è il modo migliore per associarsi al dolore famiglia, tutto questo è stato scambiato (volutamente) per omertà da chi “vende informazione” invece di “fare informazione”. Di certo non hanno aiutato le parole di chi questa comunità ha eletto per farsi rappresentare, di colui che avrebbe dovuto difendere l’immagine della città e invece non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Se il primo cittadino dichiara al Messaggero che chi va in giro di notte è «abituato alla violenza, all’arroganza e alla prevaricazione», se interviene a Tagadà su La 7 condannando apertamente l’omertà dei cittadini e poi aggiungendo teatralmente che «Emanuele è stato ucciso da tutta la città» è normale che chi vuole portare a casa il servizio si senta in qualche modo legittimato a svolgere una narrazione di questo tipo. Signor sindaco e tutti coloro i quali continuano a dipingere Alatri come il regno dell’omertà e della violenza, state toppando alla grande! C’è un’Alatri sana, un’Alatri fatta di giovani che studiano, lavorano e amano divertirsi nel weekend ma sanno farlo in modo corretto, senza arrecare danno ad alcuno. C’è una parte, la più grande, di Alatri che da una settimana si strugge per l’ingiusta fine di un ragazzo e per la gogna mediatica a cui la città è stata sottoposta. Esiste un’Alatri che prova a difendersi da questa onta tramite la voce dei suoi giovani, quei giovani che provano a spiegare a tutta Italia che in questo paese nel cuore della Ciociaria si condanna la violenza e lo si fa con le parole, riferite agli inquirenti e non agli sciacalli. C’è un’Alatri che non vuole morire, un’Alatri che vuole difendersi dalla bordate che le stanno arrivano da ogni parte, un’Alatri che si coalizza perché il proprio nome non venga infangato. Noi, che dai genitori abbiamo imparato l’amore per questa città, noi che ci vantiamo di essere alatresi e di rappresentare la parte sana di Alatri, ci prodigheremo affinché ciò non avvenga. Noi che secondo alcuni saremmo abituati alla violenza, all’arroganza e alla prevericazione, stiamo facendo di tutto affinché l’immagine della nostra città non venga segnata irrimediabilmente da un tragico episodio. Altri non possono dire lo stesso… E ora mi si accusi pure di sciacallaggio ma queste sono parole che vengono dal cuore, un cuore che ama la sua città ma è spezzato da colpi che sono iniziati a piovere venerdì notte e da quel momento non si sono ancora fermati. Emanuele non c’è più e la sua mancanza rappresenta già un dolore immenso per tutta la città, non permettiamo di essere feriti ulteriormente dal fango che ci sta piovendo addosso. Alatri non merita tutto questo. Roberto Caporilli Un giovane a cui piace andare in giro di notte ma non è “abituato alla violenza, all’arroganza e alla prevaricazione”, come non lo era Emanuele (Roberto Caporilli è redattore per la redazione sportiva di Tg24 e Addetto Stampa del Basket Ferentino)
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