Domenica 26 marzo alle 15.00 presso la palestra dell’Istituto comprensivo di Paliano, in Via F.lli Beguinot, 6 appuntamento con Saltatio, l’interessante seminario sulla cultura tradizionale ciociara. L’incontro con Luca Attura, l’organizzatore dell’evento
Perché un seminario sulla cultura tradizionale ciociara? La cultura contadina e pastorale, in seno alla quale molti degli usi e costumi popolari sono stati generati, è venuta perdendosi a seguito dell’industrializzazione che ha caratterizzato la nostra zona negli ultimi decenni. Il lavoro in fabbrica ha sostituito quello nei campi, contribuendo alla dispersione di usanze e saperi oggetto di trasmissione orale da millenni. L’eco di quel mondo risuona oggi nelle bocche degli anziani, ultimi testimoni di una società fondamentalmente agricola, intrisa di ritualità, in cui la stragrande maggioranza di noi affonda le proprie radici. Il dialetto, alcune espressioni artistiche (musiche, canti, danze), insieme alle tradizioni sopravvissute fino ad oggi, sono gli ultimi “specchi” in cui possiamo ritrovare le nostre origini e, di conseguenza, noi stessi come “comunità”. Com’è nata l’idea? Dalla necessità: quella di presentare e divulgare la cultura tradizionale ciociara e del Basso Lazio attraverso le forme espressive appartenenti ai ceti popolari: canti, musiche, danze tramandatisi nel tempo e giunti fino a noi. A tal proposito, il confronto avuto con l’amico Eduardo Vessella, valente percussionista impegnato a sua volta nella diffusione della musica popolare attraverso diversi progetti, si è rivelato foriero di idee e spunti per l’organizzazione di questa prima edizione che, come specificato, sarà incentrata su un parallelismo tra saltarello alto-ciociaro e ballarelle della Val Comino, ovvero due dei diversi volti della cultura musicale del Lazio Meridionale. Effettuandosi questa prima sessione a Paliano, si darà maggior spazio agli ospiti, ovvero lo stesso Eduardo che, insieme ad Oriana Iannetta, ci presenterà lo stile radicato nelle vallate al confine con Abruzzo e Molise. Prima ho parlato di necessità. Ecco, siamo dell’opinione che riportare alla nostra attenzione di donne e uomini del Nuovo Millennio tali tematiche sia un vero e proprio bisogno e, come avviene spesso, il soddisfacimento di un bisogno è un compito di non facile esecuzione. In altre zone, prima fra tutte il Salento, è avvenuta una vera e propria esplosione di interesse riguardo a tutto ciò che va sotto la dicitura “cultura popolare”, il cui punto focale, l’ormai arcinota pizzica-pizzica, ha conosciuto un’espansione senza precedenti. In tal senso, la nostra terra ha ancora moltissimo da raccontare. Iniziative di questo tipo non vogliono essere nient’altro che un invito all’ascolto. Lo dice la parola stessa: si tratta di seminare, tornare a cospargere i semi di quello che è stato il nostro passato, lasciando che questo (ri)metta radici dentro di noi e ci fornisca, in questo modo, occhi più consapevoli per guardare al futuro. Quindi verranno esposte le vostre ricerche sul campo? Sì, ma porteremo anche la nostra esperienza personale e quella di altri ospiti. Si tratta di una battaglia contro il tempo. Come gli stessi “musici de ‘na vòta” lamentano, oggi non suona e non canta più nessuno nei campi. Sono loro, quindi, gli ultimi depositari di un sapere antico e, per molti aspetti, misterioso. Ogni intervista è sempre una piccola battaglia: si vince facilmente quando l’intervistato è ben disposto, già di suo, nei confronti dell’intervistatore, ne comprende le esigenze investigative/narrative e si apre al racconto. In altri casi – i più frequenti, in verità – occorre instaurare un legame preliminare, facendosi aiutare da conoscenze comuni, meglio se membri della famiglia, in grado di spiegare l’importanza delle rilevazioni per poi, solo in una seconda o terza fase, organizzare, eventualmente, un incontro. Ne parli come se fosse la tua occupazione principale. Ti occupi di tutto ciò a tempo pieno? No. Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in letteratura giapponese, attualmente sto curando alcuni aspetti di un progetto editoriale in quest’ambito. Tuttavia, ho sempre nutrito un profondo interesse per la cultura e la musica popolare, al punto da dedicare la tesi di laurea specialistica al padre degli studi di folklore in Giappone, Yanagita Kunio 柳田国男 (1875-1962) e includere esami di etnomusicologia generale e dell’Asia nel piano di studi. Per questi motivi, nonostante il progetto di cui stiamo parlando sia un lavoro di stampo amatoriale, la scelta del metodo di analisi include, da una parte, istanze proprie delle discipline etnomusicologiche, unica via percorribile per offrire un prodotto di ricerca puntuale e rigoroso, dall’altra, cerco per quanto possibile di ricreare le condizioni per la trasmissione empirica: una cena, una festa, un qualunque momento conviviale. È allora che i vecchi artisti – erano così considerati all’interno della propria comunità – riprendono il vigore, lo slancio e la vena creativa dei tempi andati. Parafrasando un pensiero sull’attivitàdel già ricordato studioso giapponese, possiamo dire che: “La trasmissione di generazione in generazione è divenuta, nel mondo moderno – e post-moderno – un metodo precario per garantire la sopravvivenza di usanze destinate altrimenti a scomparire: studi approfonditi di tipo conservativo, oltre che divulgativo, si presentano come l’unica via possibile per rendere tali aspetti della cultura popolare disponibili per i posteri e far sì, dunque, che la nazione – il Giappone – non si trovi priva di quei fondamenti che invisibilmente la sostenevano”. Per rendere interamente applicabile tale considerazione sugli studi di Yanagita al nostro caso, basta sostituire il concetto di nazione –troppo ricco di possibilità interpretative – con quello di comunità. Qual è la tua esperienza personale riguardo alla cultura popolare? Provengo da famiglie di origine contadina, sia da parte di padre che di madre. Solo uno dei miei bisnonni materni era artigiano (calzolaio), strada poi intrapresa da suo figlio, sebbene in un campo affine ma diverso (sartoria). Comunque, la cultura maggioritaria di fondo è sempre stata di stampo contadino. I miei antenati usavano cantare durante il lavoro, nelle are o per la donna amata, esattamente come la maggior parte delle persone fino agli anni Sessanta-Settanta. Molti dei canti tradizionali mi furono trasmessi in via diretta, già dalla prima infanzia: Marianna, stornelli, ecc. Ricordo perfettamente mio nonno suonare l’armonica a bocca – me ne regalò un esemplare quando avevo più o meno tre anni – e, seppur vagamente, danzare con mia nonna in ogni ricorrenza o festa di famiglia. Poi, purtroppo, le circostanze della vita portarono ad un’abdicazione generale riguardo a tali forme ludiche. Tuttavia, mai vennero a mancare i racconti davanti al fuoco o brevi ed occasionali cantate. Le storie dei miei nonni erano – e sono – le storie della maggior parte delle famiglie, non solo della zona. Con le debite differenze riguardo a dialetti, cantate, danze e musiche, i nuclei familiari contadini dell’Emilia Romagna, delle Langhe o del Salento vivevano nello stesso identico modo. Si trattava di momenti di condivisione, comunitari: intere famiglie unite dalla musica durante il lavoro, così come nelle piazzette dei centri storici o nelle are, la sera. Una vera, è il caso di dirlo, moltitudine di cantori, musici, danzatori anonimiimpegnati a divertirsi, ad amare, a sbeffeggiare… ad alleviare l’anima dalle fatiche e dalle preoccupazioni dovute alla precarietà dell’esistenza. Lo stesso contesto sociale in cui sono cresciuto – amici di famiglia, ecc. – quasi ad affiancare la famiglia, colpita da una serie di sventure forse troppo ravvicinate nel tempo, ha contribuito a mantenere vivo in me l’interesse verso le tradizioni delle nostre aree. Ricordo di quando, avrò avuto sei o sette anni, mi fecero saltare il fuoco di San Giovanni nell’ultimo rione di Paliano in cui ancora si tramandava quest’usanza (che abbiamo ripreso, con l’ass. cult. Compari delle Cantine: vi aspettiamo il 23 e 24 giugno a Paliano… e anche lo spot pubblicitario per Sangiuanni ’17 lo abbiamo fatto. Ride, ndr), mentre tutt’intorno erano canti e balli al suono dell’organetto. O le interminabili cantate nelle scampagnate “operaie” (si trattava spesso di dipendenti della vecchia Videocolor), con organettisti e cantori provenienti da vari centri dell’Alta Ciociaria. E come tralasciare l’esperienza con I Misi(rappresentazione allegorica dei mesi dell’anno, una delle più antiche tradizioni di Paliano), realtà conosciuta già negli anni della pubertà e di cui sono entrato a far parte in pianta stabile a diciassette anni: durante le prove della rappresentazione trovavano – e trovano – spazio lunghe cantate con alcuni dei più rappresentativi cantori della tradizione. Infine, dall’inverno 2001-2002 ho iniziato a condividere la mia esperienza personale con l’allora neonato gruppo folk de I Compari delle Cantine, da cui ha preso poi le mosse il progetto HerniCantus a partire dal 2013. Come anticipato, quella dei seminari è stata un’idea affiorata condividendo le esperienze di lavoro con altre persone, in questo caso Eduardo, ma fortunatamente non solo il solo ad occuparsi di ricerca in questo ambito: mi viene in mente, ad esempio, un magnifico lavoro sulle ballarelle di Santa Francesca (Veroli) compiuto dall’associazione Bifolk, per citarne uno recente, o la vasta indagine effettuata dalle nostre parti dal Maestro Colacicchi, tuo compaesano, senza dimenticare l’apporto di altre persone del mio stesso gruppo, come Maruska Romani, testimoni in prima persona della tradizione del saltarello. Venendo al seminario: come è strutturato il tutto? E perché quel nome dal sapore così antico? Saltatio è il termine con cui in latino ci si riferiva alla “danza” in generale. Mi limito a specificare che la scelta del nome è ricaduta su una parola che ricordi quanto antica sia la materia di cui ci occuperemo, vista la chiara connessione etimologica con saltarello. Per quanto riguarda il seminario stesso, ci sarà una breve introduzione sulla cultura musicale popolare della nostra zona e dell’area della Val Comino, per poi passare alla pratica. Prima ho parlato di ospiti d’eccezione: interverranno suonatori, cantori e danzatori “diversamente giovani” (chi intorno all’ottantina, chi sugli ottanta inoltrati) per permettere a chi è più giovane e, in generale, a chi si sta avvicinando a tali questioni, di ascoltare con le proprie orecchie quello che io sono andato a farmi raccontare. A seguire ci sarà una ballata generale con i partecipanti. Non è escluso che, a cose fatte, verso le 18, ce ne andremo in piazza a suonare e ballare come si faceva una volta. Anna Ammanniti
