#8MARZO Alatri – Paola Manchi: “Donna? Meglio di un robot multifunzione”

Andrea Tagliaferri
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(di Andrea Tagliaferri) Abbiamo chiesto cosa significa essere donna nel 2017 a Paola Manchi, classe 1969, nata a Ceccano e residente ad Alatri, laureata in Economia e Commercio, Funzionario di un ente pubblico e responsabile di settore, mamma di 3 figlie, appassionata di viaggi, cultura e piena di interessi, insomma il perfetto prototipo di donna degli anni Duemila. Vediamo come ha svolto il suo “tema”, con l’ironia pungente che la caratterizza.

Essere donna nel 2017, in Italia, significa la stessa cosa che significava essere donna nel 1917, ma anche nel 1817 e così via indietro nel tempo, salvo avere una maggiore consapevolezza dei diritti negati. Chiariamo, in teoria essere donna nel 2017 significa avere pari opportunità rispetto all’uomo, pari diritti, pari tutele, pareggio su tutto e anche qualche primato come ad esempio nel tasso di disoccupazione, ma anche negli omicidi per motivi di genere… ma così siamo passati dalla teoria alla pratica e qualcosa non torna. Proviamo ad analizzare i fatti, allora, ma non attraverso esperimenti di laboratorio su cavie, solo con il mio caso reale di donna qualunque, vivente nel 2017, ma proveniente dal 1969 e proiettata nel futuro non tanto come attrice protagonista, quanto come produttrice/regista di una sceneggiatura sul futuro di tre giovani donne, sbarcate nella mia vita come forme di vita aliene all’inizio del nuovo millennio (le mie figlie adorate). Innanzitutto, sgombriamo il campo da equivoci, da donna proclamo come base di ogni futura discussione l’assioma della diversità tra uomo e donna cui, secondo me, seguirebbe il postulato della superiorità della donna, anche se non scientificamente dimostrato, ma validamente supportato da prove empiriche come la capacità di sopravvivenza a febbre oltre il 38, la capacità di fare più cose contemporaneamente, la capacità di fare più cose contemporaneamente avendo la febbre da 38 in su (la teoria non è dimostrata solo per mancanza di un numero statisticamente significativo di uomini in grado di sottoporsi al test con febbre oltre il 37,5). Ciò che rende diversa la donna, in ogni epoca appunto, è il ruolo che assume nella società essendo naturalmente dedita alla cura dei figli, ma più in generale della casa e delle persone più fragili nel nucleo familiare. Un ruolo fondamentale, molto impegnativo eppure mai socialmente riconosciuto, in Italia almeno, così che essere donna nel 2017 significa ancora occuparsi della casa, dei figli o in generale della famiglia, ma come se fosse il nostro passatempo. Ecco, a noi piace giocare a mamma e figlia, mentre gli uomini preferiscono il pallone con gli amici, o almeno convincerci di questo fa socialmente comodo, senza dimenticare che una donna moderna deve anche studiare, lavorare, avere degli interessi, prendersi cura del proprio corpo, insomma sentirsi realizzata a 360 gradi, mentre gli uomini si realizzano più a doppio angolo retto ovvero seduti sul divano a guardare la TV. Per capire meglio, vediamo come questo modello teorico si traduce in una giornata tipo da donna emancipata ed autarchica del 2000, modello femminile di tre future donne. Sveglia almeno mezz’ora prima degli altri familiari per preparare la colazione, ma anche per evitare l’ora di punta dei servizi igienici e la relativa coda davanti alla porta. Preparazione della tavola con TV accesa per ascoltare le notizie (il giornale in ufficio fa manager e il manager è uomo) con elevato rischio di tracimazione del latte o del caffè. Rapida sistemazione della casa, qualche stiratura di emergenza di un capo di abbigliamento non sostituibile con gli altri che affollano armadi e cassetti e poi di corsa a scuola, quasi sempre dopo aver apposto firme su modulistica scolastica varia da leggere e compilare al mattino dopo i pasti, avendo lasciato riposare almeno una notte la comunicazione nel fondo dello zaino, forse per aumentarne la digeribilità. Consegna a destinazione delle figlie, ognuna nella scuola giusta, corsa in ufficio, non senza aver prima buttato l’occhio, con invidia forse un po’ rancorosa, verso i gruppi di mamme, con qualche esemplare di papà capobranco, che non devono correre a timbrare e che, molto probabilmente, hanno lasciato la loro macchina in prossimità della tua, non proprio impedendone l’uscita, ma rendendola estremamente difficoltosa e drammaticamente lunga. Raggiunto l’ufficio, il badge rende tutti uguali, uomini e donne, soggetti allo stesso orario contrattuale, anche se sei mamma e vorresti il part time perché i figli anche dopo lo svezzamento non sono esattamente autonomi, si ostinano ad ammalarsi, fanno più recite di Angelina Jolie, più partite di un giocatore professionista e più saggi di un’étoile della Scala, il tutto grazie ad una preparazione settimanale degna di un atleta olimpico in odore di medaglia. Stesso orario lavorativo, ma stipendio e ruolo diverso, anzi a pensarci bene, se sei dirigente l’orario è più flessibile, ma per essere dirigente conta il tempo dedicato al lavoro, anche se tu, esperta di problem solving casalingo, di ottimizzazione dei processi produttivi, di gestione del bilancio e spending review, sicuramente renderesti molto di più in molto meno tempo. Chiaramente la mia giornata è quella di una donna, madre, che ha un lavoro, ma un lavoro difeso con le unghie e con i denti, perché la vita della donna lavoratrice, ancora agli inizi del 2000, non era molto compatibile con l’arrivo dei figli, percepiti, non come una risorsa per la collettività, ma come un peso per il datore di lavoro, peggio di un aumento delle tasse perché le tasse le puoi evadere, la neo mamma, invece, la devi pagare o convincere ad “evadere” dal lavoro per tornare nel focolare domestico. Del resto senza una rete di supporto, la gestione del doppio ruolo di madre e lavoratrice diventa difficile, mentre diventa molto facile dimostrare un calo nel rendimento sul lavoro che si aggiunge a quel presunto deficit cognitivo che colpirebbe tutte le donne dopo il parto, annullando anni di studi, formazione professionale ed esperienza lavorativa. Terminato il lavoro in ufficio, inizia il lavoro sommerso da segretaria, autista, psicologa, addetta agli acquisti, addetta al carico/scarico bagagli, cuoca, sarta, addetta alle pulizie, consulente esperto in varie materie, organizzatrice di eventi, tata, governante, badante, infermiera, nutrizionista, personal trainer, esperta di comunicazione con master in gruppi whatsapp delle mamme… Ecco essere donne nel 2017 significa, sintetizzando, occuparsi della casa come le nostre nonne e lavorare come le nostre mamme, ma in generale rispetto alle precedenti generazioni di donne, essere libere di gestire la nostra vita, ma avere poco tempo libero per farlo davvero, avere autonomia economica, ma con un costo della vita mediamente più alto e più spese da sostenere, avere gli stessi diritti degli uomini, ma non sempre riuscire a farli valere, avere lo stesso carico di lavoro degli uomini, ma mediamente stipendi più bassi e minori prospettive di carriera, avere meno tempo per i figli, ma più sensi di colpa rispetto alle maggiori responsabilità previste dai nuovi modelli educativi, avere maggiore libertà nel modo di vestire e nei comportamenti sociali, ma sapere che può generare l’effetto “se l’è cercata”, avere un ruolo alla pari nel rapporto di coppia e una visone moderna e aperta delle relazioni tra sessi, ma forse più nel senso che, alla fine, se avendo tutte le possibilità ti sei lasciata andare, non vai in palestra, non sei più come vent’anni fa… mica ti dispiace se faccio una rottamazione anche senza aspettare gli incentivi? Andrea Tagliaferri
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