Cassino – Don Gennaro in ‘pensione’, 19 gomorrini arrestati

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Volevano mandare in ‘pensione’ don Gennaro De Angelis. I diciannove ‘gomorrini’ arrestati a Cassino dai Carabinieri, emuli della fiction ispirata alla malavita casertana e campana, avevano iniziato a mostrare insofferenza anche verso l’anziano e storico personaggio nato a Casal di Principe ma da oramai quaranta anni residente a Castrocielo, vicino Cassino.

Gennaro De Angelis, ritenuto, dai magistrati della Dda e dagli investigatori anticamorra di mezza Italia, l’anello di congiunzione tra il clan di Francesco Schiavone, Michele Zagaria e Antonio Iovine, per citare i vertici, e il basso Lazio, per le nuove leve era ‘il passato’ e quindi inutile. Un uomo, come si evince dalle tante informative scritte nel corso degli anni, di grande spessore criminale ma con l’intelligenza di saper mediare con imprenditori e politici, teste calde e dissidenti. Un boss vecchio stampo che ha sempre evitato la rottura di precari equilibri. Un atteggiamento questo che non era però gradito alle new entry, ai giovanissimi componenti di un’associazione spietata e senza scrupoli. Nell’ordinanza di 80 pagine a firma del Gip Massimo Lo Mastro vengono riportati importati stralci di intercettazioni telefoniche. Una in particolare ha suscitato l’interesse degli investigatori che l’hanno trascritta per intero. A parlare è il capo della baby organizzazione, Elio Panaccione, detto ‘o napoletano. Il ragazzo rivolgendosi al suo interlocutore, un pregiudicato partenopeo vicino al clan Lorusso, come scrive il magistrato “mostra una certa insofferenza per l’atteggiamento di non ingerenza di don Gennaro De Angelis, sollecitando il suo pensionamento“. I ‘figli’ di Gomorra a Cassino spacciava droga, chiedevano il pizzo, picchiavano per futili motivi e hanno anche tentato di uccidere. Dapprima sparando contro un’abitazione con all’interno tre bambini piccolissimi e poi ad altezza uomo contro la macchina di un ‘infame’. I ‘figli’ di Gomorra quindi avevano dato vita ad un’associazione a delinquere che teneva sotto scacco il centro cittadino e capeggiata da un adulto, un 42enne, ex esponente del clan Licciardi di Napoli poi trasferitosi nella cittadina del basso Lazio. Ragazzi che vivevano come tanti Genny Savastano. Nel modo di camminare, di parlare, di interagire con il prossimo. Persino i loro nomi di battesimo erano stati sostituti da i vari ‘o chiattone, o’napoletano, Totò, Al Jazeera, Sasso, Dallas, Smicol, Blanco, cassamurtar. Perché il soprannome fa maschio, diffonde il timore, aumenta il potere. A smantellare il gruppo emergenze di una criminalità temuta anche dalla ‘vecchia guardia’ sono stati i carabinieri della Compagnia di Cassino unitamente ai magistrati della Procura. Gli investigatori per due anni hanno seguito, intercettato, controllato il gruppo che aveva eletto a ‘punto di ritrovo’ e base logistica l’area antistante il palazzo di Gustizia di Cassino. Piazza Labriola, cuore pulsante della città, era la roccaforte dei figli di Gomorra che al calar della notte spacciavano cocaina ed hashish. Mentre di giorno chiedevano il pizzo. Come il loro idolo, Genny Savastano. @nicoletti
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