«Quando vado nel carcere mi chiedo sempre perché loro e non io»: è con queste parole che papa Francesco ha accolto domenica scorsa, nella basilica di San Pietro in Vaticano, i detenuti, gli operatori ed i volontari delle carceri nel giorno del Giubileo. «Ci siamo sentiti a casa – ci hanno raccontato – Accolti dal Vicario di Cristo, tutti sullo stesso piano, tutti peccatori, tutti implorando la sua misericordia. C’eravamo anche noi della casa circondariale di Frosinone, è stato davvero bello». Circa una ventina i partecipanti partiti dal carcere di via Cerreto: alcuni detenuti, accompagnati dal cappellano don Guido, alcuni operatori e volontari. Insieme, hanno vissuto una giornata particolare. E ciascuno si è sentito particolarmente toccato dall’esperienza vissuta.
Le parole di papa Francesco hanno raggiunto tutti, con un messaggio lucido e chiaro: «Siamo tutti peccatori e operatori di misericordia al servizio del prossimo», mettendo sullo stesso piano detenuti ed operatori dei vari ruoli penitenziari, perché senza misericordia si risponde ad un servizio istituzionale con competenze tecniche e non ad una relazione umana che, malgrado il luogo di detenzione, non può prescindere dal rispetto della dignità umana che ci rende, pur con le nostre colpe, fratelli in Cristo. Il Pontefice, infatti, ci invita a superare i limiti della condizione umana per la costruzione di un senso; ritroviamo questo concetto anche quando dice «spesso siamo prigionieri senza renderci conto, dei nostri pregiudizi, del nostro individualismo, dell’autosufficienza, Dio è più grande del nostro mondo». E anche per questo non possiamo rinunciare a credere che in ogni uomo possa esserci la scintilla dell’amore di Dio.
