(di Marta Ferrari) Dopo il terremoto che ha colpito le zone tra Lazio, Marche ed Umbria lo scorso 24 agosto, i riflettori sono tornati ad accendersi sul rischio sismico in Italia. Da alcuni dati pubblicati sul sito della Protezione civile emerge che molti Comuni non hanno un Piano di prevenzione dei rischi e di gestione delle emergenze. Moltissimi anche in provincia dove spiccano Frosinone ed Atina.
Troppi morti, troppe macerie, troppi ricordi andati in frantumi. Il terremoto non guarda in faccia a nessuno, arriva all’improvviso e, se non si è preparati, porta via tutto come è successo ad Amatrice il 24 agosto scorso. Cosa si può fare allora? Prima di tutto bisogna guardare in faccia la realtà e prendere coscienza della pericolosità delle nostre città. Come riportato su un articolo pubblicato oggi su Repubblica.it, la maggior parte dei Comuni italiani non ha un Piano di Protezione civile per affrontare calamità naturali. Il piano è un documento indispensabile di prevenzione dei rischi e di organizzazione delle operazioni di emergenza in caso di calamità naturali come terremoti, alluvioni, frane, ecc. Il Piano, infatti, detta le norme di comportamento che i cittadini devono rispettare e stabilisce l’organizzazione dei soccorsi in caso di eventi di straordinaria entità. Per esempio stabilisce in quale area della città verrà costruito un campo base di gestione dell’emergenza. La L. n. 100 del 12 luglio 2012 imponeva l’approvazione e la presentazione, da parte dei Comuni, del Piano di Protezione Civile entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa ma nessuna sanzione, invece, aveva previsto per quei Comuni che non avrebbero ottemperato a tale obbligo. Molti di essi, quindi, non hanno di fatto ancora presentato il documento ed alcuni rientrano addirittura nella zona a rischio 1, la zona, cioè, più pericolosa e dove possono verificarsi terremoti fortissimi.
Guardando i dati, aggiornati a settembre 2015 e pubblicati sul sito della Protezione civile, con particolare riguardo alla regione Lazio ed alla provincia di Frosinone, si nota l’assenza, tra i Comuni che hanno presentato il piano del capoluogo di provincia. Frosinone, quindi, non ha un piano di gestione dell’emergenza. Ma non è il solo dato allarmante. Anche la città di Atina, nella Valle di Comino, scientificamente una delle valli a maggior rischio sismico d’Italia non lo detiene. Dopo questi due casi limite vengono altre città che riportiamo in ordine di densità abitativa: Anagni, Monte San Giovanni Campano, Isola Liri, Boville Ernica, Paliano, Aquino, Ripi, Supino, Castro dei Volsci, Amaseno, Serrone, Fontana Liri, Pico, Broccostella, Casalvieri, Vallecorsa, Villa Santa Lucia, San Vittore del Lazio, Ausonia, Strangolagalli, Vico nel Lazio, Colfelice, Coreno Ausonio, Vallerotonda, Patena, Torre Cajetani, Fontechiari, Collepardo, Vallemaio, Rocca d’Arce, Castelnuovo Parano e Belmonte Castello.
Nessuno in questi casi vuole creare allarmismo ma gli ultimi eventi che hanno devastato Amatrice ed i paesi limitrofi ci impongono una presa di coscienza. L’Italia è un paese altamente sismico e tutta la provincia di Frosinone si trova a ridosso della dorsale appenninica, proprio quella dorsale caratterizzata da una faglia frammentata in moltissimi segmenti che si stanno muovendo. Parte dell’Appennino si sta spostando verso l’Adriatico mentre l’altra parte resta ferma causando un allargamento di circa un millimetro per anno. Ciò significa che anche altre faglie potrebbero attivarsi ed iniziare a sprigionare energia. Prima che sia troppo tardi, quindi, non sarebbe almeno il caso di porre in essere quegli adempimenti minimi che sicuramente non fermeranno la terra ma che almeno diranno in quale direzione andare?
Marta Ferrari
