Cassino – Maxi confisca da 150 milioni, ecco il tesoro che passa allo Stato

Irene Mizzoni
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Un antico convento, quarantuno appartamenti, due ville, un ristorante, barche, automobili di lusso e terreni che da ieri sono divenute proprietà dello Stato. La Corte di Cassazione ha infatti rigettato il ricorso contro la confisca presentato da una nota famiglia di imprenditori di Cassino. I giudici hanno quindi confermato la decisione presa dai colleghi della Corte d’Appello. Un patrimonio dal valore di oltre 150 milioni di euro che, secondo il Tribunale per le Misure preventive di Frosinone titolare del dispositivo, sarebbe provento di un’attività illecita che la famiglia di imprenditori avrebbe messo in atto per oltre venti anni.

Le indagini della Dia sono partite dopo un controllo della Guardia di Finanza che aveva deciso di approfondire la denuncia dei redditi presentata dal capostipide della nota famiglia: l’uomo aveva infatti dichiarato un guadagno annuo di appena diecimila euro. Una cifra irrisoria rispetto al tenore di vita condotto da tutti gli appartenenti alla famiglia e soprattutto rispetto allo sfarzo delle abitazioni dove risiedono, sia in Italia che in Svizzera. Nelle motivazioni della Corte di Cassazione si torna quindi a porre l’accento anche sulle frequentazioni di due componenti della famiglia. Legami con la malavita romana e quella campana e una storia, poi finita con un’assoluzione, che vede entrambi coinvolti in un’indagine che tocca anche la mafia cinese. L’operazione ‘Grande Muraglia‘ ha quindi dato il via a tutti quegli accertamenti patrimoniali che fino al quel momento non erano mai stati presi in considerazione dalle forze dell’ordine. La Direzione Investigativa Antimafia investe sul basso Lazio e crea un pool interforze dove carabinieri, polizia e guardia di finanza lavorano ‘gomito a gomito’ per oltre due anni coordinati dal vice questore Giuseppe Puzzo. Un lavoro certosino che ha consentito di ricostruire una rete composta da prestanomi e ‘testo di legno’ che, nel corso degli anni, erano stati utilizzati per non destare sospetto. Un modus operandi quello utilizzato dalla famiglia ciociara che nel basso Lazio non è usuale. Solo nel 2015 Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza hanno messo a segno importanti risultati per ciò che concerne i sequestri ma il paradosso arriva con la gestione dei beni confiscati da parte dell’Agenzia nazionale (Anbsc). Un problema che è stato evidenziato anche dal Ministero degli Interni dove, nell’ultima relazione semestrale, si legge: «L’andamento degli ultimi cinque anni evidenzia come l’assegnazione dei beni destinati dipenda da fattori esterni al sistema giudiziario. Mentre infatti tribunali, corti di appello e cassazione svolgono in maniera solerte il loro lavoro, come dimostra l’andamento dei beni confiscati, la fase successiva, di competenza dell’Agenzia nazionale per i Beni confiscati, rimane troppo soggetta a elementi, come la carenza di personale disponibile o i cambiamenti dirigenziali, che la rendono imprevedibile». Per conoscere quanti sono i beni confiscati in Ciociaria è necessario visitare le mappe di “Confisca Bene”, un progetto di open data che fornisce un quadro completo e aggiornato (al giugno scorso) grazie ai dati ottenuti direttamente dall’Anbsc e dagli enti competenti. In provincia di Frosinone i beni confiscati sono 67. Di questi 58 sono immobili (appartamenti, ville, fabbricati, capannoni), compresi 20 terreni. Le aziende invece sono 9. I comuni che contano il maggior numero di beni sono Anagni (14), Fiuggi (9), Piedimonte San Germano (7), Cassino (6). A seguire Acuto, Guarcino, Piglio, Monte San Giovanni Campano e Castro dei Volsci. Lo stesso Prefetto Emilia Zarrilli nel mesi scorsi ha inviato una nota all’Agenzia del Demanio per conoscere l’esatta consistenza degli immobili che potranno essere messi a disposizione di associazioni di volontariato, centri per disabili e comunità di recupero. Angela Nicoletti
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