LA NASCITA
DALL’EMBRIONE ALLA VITA
“Non ci rammarichiamo sovente che la più bella vita deve finire
e l’avvicinarsi di quel terribile momento
che si chiama la morte ci disgusta da tutte le gioie dell’esistenza.
Perché si nasce, quando bisogna vivere così poco?
Perché educare con tante cure dei fanciulli che morranno?
Ecco ciò che si domanda l’ignoranza umana,
nei suoi dubbi più frequenti e più tristi.
Questo ancora può vagamente domandarsi l’embrione umano
all’avvicinarsi di quella nascita
che sta per gettarlo in un mondo sconosciuto,
spogliandolo del suo inviluppo preservatore.
Studiamo il mistero della nascita
ed avremo la chiave del grande arcano della morte.
Gettato, per legge di natura, nel seno della donna,
lo spirito umano vi si desta lentamente,
e si crea con sforzo degli organi indispensabili più tardi,
ma che, a misura che crescono, aumentano il disagio
nella sua presente posizione.
Il tempo più felice della vita dell’embrione
è quello in cui sotto la semplice forma di crisalide,
stende a sé d’intorno la membrana che gli serve di asilo e che nuota con lui
in mezzo ad un fluido nutriente e conservatore.
Allora egli è libero e impassibile,
vive della vita universale e riceve l’impronta dei ricordi della natura
che più tardi determineranno la configurazione del suo corpo
e la forma dei lineamenti del volto.
Questa era potrebbe chiamarsi l’infanzia dell’embrionato.
Viene in seguito l’adolescenza, la forma umana diviene distinta,
il sesso si determina, un movimento si effettua nell’uovo materno,
simile ai vaghi sogni della età che succede all’infanzia.
La placenta, che è il corpo esteriore e reale del feto,
sente germinare in sé qualcosa di sconosciuto
che già tende a fuggir via lacerandola.
Il nascituro allora entra più distintamente nella vita dei sogni,
il suo cervello rovesciato come uno specchio di quello di sua madre
ne riproduce con tanta forza la immaginazione
che ne comunica la forma alle sue proprie membra.
Sua madre è per lui ciò che Dio è per noi,
è una provvidenza sconosciuta, invisibile, alla quale egli aspira
al punto di identificarsi a tutto ciò ch’ella ammira.
Egli tiene a lei,
vive per lei e non la vede, non può neppure comprenderla e,
se potesse filosofare, egli negherebbe forse
l’esistenza personale e l’intelligenza di questa madre,
che non è ancora per lui altro che una prigione fetale
e un apparecchio conservatore.
A poco a poco però questa servitù lo impaccia,
egli si agita, si tormenta, soffre, sente che la vita sta per finire.
Arriva un’ora di angoscia e di convulsione,
i suoi legami si infrangono,
egli sente che sta per cadere nel baratro dell’ignoto.
Il fatto è compiuto, egli precipita, una sensazione doloroso lo colpisce,
uno strano freddo lo prende, egli dà un ultimo sospiro
che si muta in un primo grido; egli è morto alla vita embrionale,
è nato alla vita umana!
Nella vita embrionale gli pareva che la placenta fosse il suo corpo,
ed era infatti il suo corpo speciale embrionale, corpo inutile per un’altra vita
e che deve essere gettato via come lordura
nel momento della nascita.
Il nostro corpo nella vita umana è come un secondo involucro inutile alla terza
vita ed è perciò che lo rigettiamo
al momento della seconda nostra nascita”.
ELIPHAS LEVI
Dott.ssa Anna Martufi.