In tutto il suo genio, nella seconda scena del terzo atto dell’Amleto, Shakesperare utilizza la tecnica metateatrale del Teatro nel Teatro, inserendo all’interno della rappresentazione (l’Amleto appunto) una ulteriore azione teatrale, cioè “L’Omicidio di Gonzago” che in seguito viene chiamato “La trappola per topi”.
A ritrovarsi di fronte un topo stecchito – è l’ultimo di una serie – qualche mattina fa in zona Santa Lucia, proprio quello in foto, in mezzo al marciapiedi, è balzata alla mente la tragedia ambientata in Danimarca. Poi però una differenza fra i luoghi. Il palcoscenico sorano è orfano… della trappola. Nessun artificio, nessuno che sta mettendo in scena qualcosa che non è reale… i topi ci sono per davvero! Poi la similitudine. Nel sentimento. Il senso di rabbia nei confronti del re-patrigno. Il nostro regna, punta in alto. E’ il capitano di una nave che conduce senza preoccuparsi delle “banalità” che animano la stiva. Anche ne “La Tempesta” Shakespeare ha utilizzato “trappola per topi”, il Teatro nel Teatro. E proprio quel famoso dramma si apre, guarda caso, con una nave investita dalla tempesta dove, ahinoi, “anche i topi l’avevano istintivamente abbandonata“. Compreso il “dramma”? IreMiz
