(di Ester Evangelisti) In questo mondo che corre veloce tanto che sembra quasi impossibile poterlo afferrare, il Carnevale diventa il momento della pausa. Diventa il momento in cui tutte le paure e le sofferenze che si vivono quotidianamente, vengono lasciate in balia del riso che le maschera, che le rende quasi più umane, le personifica e con queste ci lascia giocare.
“Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo” scriveva Leopardi, e nel giorno di Carnevale, questo coraggio, non manca mai.
Ricordo che da bambina, ho sempre amato la festa del Carnevale della mia città.
Ricordo che guardavo quasi rapita quel grande Generale dalle guance rosse e gli occhi immensi, che rispondevo con un sorriso ed un saluto a quel suo sorriso accennato sotto i lunghi baffi, e cantavo a mezza bocca quelle parole che facevo fatica a capire.
Mi piaceva questa colorata e rumorosa “Festa della Radeca”, festa del popolo che dal popolo nasce, che canta della violenza subita e della forza di ritornare in piedi, e che riesce a rendere una comunità parte di qualcosa di grande: la felicità.
Sì, proprio la felicità, perché nel giorno del Carnevale, quando tutti si ritrovano a saltellare al ritmo di quella canzone che ricorda i tempi antichi, che ricorda la morte nei passi più lenti e la rinascita in quelli più vivaci, sentiamo la felicità travolgerci, il senso di appartenenza ci cattura e sentiamo quasi che quell’attimo lascia volare via tutte le nostre preoccupazioni, anzi, le lascia bruciare, nel finale, insieme al vecchio generale Championnet.
In quell’attimo tutti siamo uniti, tutti siamo parte fondamentale di questa città che ci dà la possibilità di nascere ancora, proprio come nel passato.
Oggi che sono cresciuta ho smesso di guardare con quegli occhi da bambina quel grande fantoccio che non cambia mai, che non perde il colorito roseo delle sue guance e che non smette mai di nascondere il sorriso sotto i lunghi baffi. Ho smesso di guardare con il cuore di una bambina questa festa e questo perché crescendo, il senso che noi diamo alle cose cambia, come cambia il nostro modo di guardare e ragionare.
Oggi davanti a questa festa che ci solleva dai brutti pensieri, che ci fa sorridere e mascherare le paure, non posso fare a meno di chiedermi: c’è ancora una piccola traccia di tradizione?
Perché pongo questa domanda? Perché più cresco e più i miei occhi, davanti a questa festa, si convincono che non è più ciò per cui è nata: una festa che in epoca precristiana raccontava di fertilità, di un percorso di morte e rinascita, che purificava, salvava.
Oggi quello che vedo è diverso da quello che vedevo da bambina.
Ieri quelle mani al cielo, forti e robuste, mi sembravano quasi una preghiera a Dio per liberarci da tutto ciò che ci fa paura, che ci costringe a chiudere gli occhi; oggi, invece, mi appaiono davanti solo mani stanche, che a volte per il troppo vino, non riescono neanche a sollevare più in su della punta del naso quella pianta carica di sentimenti, di ricordi del passato, piena di ciò che è la nostra città.
I ragazzi e le ragazze prima ci mostravano quel cerchio ordinato, che assomiglia alla vita, con sorrisi carichi di speranza; oggi, invece, ce ne mostrano uno che un po’ si perde e che spesso non trova il giusto ritmo, pieni di schiuma sul viso e tra i capelli, con gli occhi lucidi ed il sorriso sghembo, che forse non hanno neanche idea di cosa sia stata questa festa per il popolo ciociaro.
Ecco, io oggi non mi rispecchio in questa festa, che vende unità e separa non appena il fantoccio viene bruciato, che è fatta di vino che si perde nelle gole urlanti delle persone, che bagna i corpi e che viene gettato a terra stretto in bicchieri accartocciati, tra bombolette usate e coriandoli.
Oggi non mi rispecchio in una festa che non mostra più a nessuno la nostra tradizione, perché si è trasformata, l’abbiamo trasformata, e ha perso tutto quello che era: i fini fini ammassati dalle nonne con cura, l’odore del pomodoro fresco, la dolcezza dello zucchero sui dolci, la volontà di questa città antica e rumorosa di mostrare che, nonostante le cadute, c’è sempre un motivo per rialzarsi, per cantare con fermezza “essegliè” questo nuovo giorno.
Ester Evangelisti