FOCUS – Valle del Sacco, l’emergenza che non finisce mai: una ferita ambientale e politica ancora aperta

Irene Mizzoni
4 MIn Lettura
Ogni nuova moria di pesci nel fiume Sacco, ogni schiuma sospetta che riaffiora sull’acqua, ogni odore acre che torna a invadere i centri abitati della valle riporta alla luce una domanda che questo territorio si pone da decenni: com’è possibile che, dopo tanti anni, la Valle del Sacco continui a vivere in una perenne emergenza ambientale?

Perché ciò che accade in questi giorni tra Sgurgola, Falvaterra, Ceccano e gli altri comuni rivieraschi non può essere liquidato come un episodio isolato. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di una crisi strutturale che affonda le proprie radici in decenni di industrializzazione incontrollata, scarichi abusivi, ritardi amministrativi e bonifiche promesse ma mai completate. La storia recente della Valle del Sacco è, sotto questo profilo, emblematica. Nel 2005, il ritrovamento di elevate concentrazioni di beta-esaclorocicloesano (β-HCH) nel latte bovino prodotto nell’area portò alla dichiarazione dello stato di emergenza ambientale, con abbattimenti di bestiame, interdizioni agricole e l’avvio delle prime grandi indagini sulla contaminazione diffusa del territorio. Fu il momento in cui il Paese scoprì che una delle sue aree più produttive era diventata una delle più compromesse dal punto di vista ambientale. Da allora il bacino del Sacco è stato riconosciuto come Sito di Interesse Nazionale per la bonifica, proprio per la gravità dell’inquinamento di suoli, falde e aree agricole. Eppure, a distanza di oltre vent’anni, il territorio continua a convivere con bonifiche lente, parziali, frammentate e spesso ostaggio della burocrazia. Il problema, ormai, non è soltanto ambientale: è profondamente politico. Per anni la questione Valle del Sacco è stata evocata nei programmi elettorali, nei convegni, nei tavoli istituzionali e nelle conferenze stampa. Ma troppo spesso alle dichiarazioni non sono seguiti risultati proporzionati alla gravità della situazione. La sensazione diffusa tra cittadini, comitati e associazioni è che il territorio venga ricordato soltanto quando si verifica una nuova emergenza, per poi tornare rapidamente nell’oblio istituzionale una volta spenti i riflettori mediatici. Eppure qui non si parla solo di ambiente. Si parla di salute pubblica, di qualità della vita, di agricoltura compromessa, di sviluppo economico frenato, di intere comunità costrette da anni a convivere con il sospetto costante che sotto i propri piedi, nei campi coltivati e nelle acque del fiume, resti una contaminazione mai davvero rimossa. Gli studi epidemiologici condotti nell’area hanno evidenziato criticità sanitarie e la necessità di un monitoraggio costante della popolazione residente, segno che il problema non appartiene al passato ma continua a produrre effetti nel presente. La verità è che la Valle del Sacco rappresenta uno dei casi più evidenti di divario tra consapevolezza del problema e capacità politica di affrontarlo con decisione. Si conoscono da anni le criticità, si conoscono le aree più sensibili, si conosce la vulnerabilità del territorio. Eppure si continua ad agire prevalentemente in chiave emergenziale, rincorrendo gli eventi anziché prevenirli. Per questo ogni nuova schiuma nel fiume, ogni nuovo episodio di moria di pesci, non è solo un fatto di cronaca: è il simbolo di una promessa mancata. La promessa di restituire dignità ambientale a una valle che da troppo tempo paga il prezzo di uno sviluppo industriale senza adeguate tutele e di una politica spesso incapace di trasformare gli annunci in interventi strutturali. La Valle del Sacco non ha bisogno di nuove parole. Ha bisogno di bonifiche reali, controlli continui, responsabilità accertate, trasparenza amministrativa e una strategia politica che metta finalmente l’ambiente al centro non dei discorsi, ma delle priorità. Finché questo non accadrà, ogni emergenza sarà solo l’anticipazione della successiva. Anna Ammanniti
Condividi questo articolo
Nessun commento