(di Anna Ammanniti) La morte di Cesare, il gatto simbolo dei pendolari della stazione di Colleferro, ha scosso profondamente la comunità. Un episodio di violenza gratuita, apparentemente inspiegabile, che apre interrogativi importanti sul legame tra crudeltà verso gli animali e rischi per la sicurezza sociale. Per approfondire questo tema, abbiamo intervistato la criminologa Linda Corsaletti, esperta di comportamenti antisociali e di violenza animale, che ci spiega come atti del genere possano rappresentare segnali di allarme e quanto la società debba prenderli sul serio per prevenire ulteriori forme di violenza.
• La morte di Cesare, il gatto di Colleferro brutalmente colpito fino a morire, ha scosso profondamente la comunità. Dal punto di vista criminologico, episodi come questo devono essere letti come atti isolati di crudeltà oppure possono rappresentare un indicatore di pericolosità sociale? Dal punto di vista criminologico episodi di violenza intenzionale contro animali non dovrebbero essere interpretati semplicemente come atti isolati o come “bravate”. La ricerca scientifica evidenzia che la crudeltà verso gli animali può costituire un indicatore precoce di pericolosità sociale. Diversi studi dimostrano che la violenza sugli animali può rappresentare un comportamento sentinella, cioè un segnale di possibili future condotte antisociali o aggressive verso persone. Questo non significa che chiunque commetta un atto di crudeltà animale diventerà necessariamente violento verso esseri umani, ma che si tratta di un comportamento che merita attenzione e valutazione criminologica. In criminologia contemporanea, questi episodi vengono quindi analizzati come potenziali indicatori di deficit empatici, impulsività e scarsa regolazione emotiva, elementi che possono aumentare il rischio di comportamenti violenti più ampi. • In criminologia si parla spesso del cosiddetto “link” tra maltrattamento animale e violenza interpersonale. Può spiegare cosa significa e cosa dicono gli studi scientifici su questa correlazione? Il cosiddetto “Link” indica la correlazione riscontrata da numerosi studi tra violenza sugli animali, violenza domestica, abusi sui minori e altre forme di comportamento antisociale. Le ricerche condotte negli Stati Uniti, in Europa e in ambito forense mostrano che una percentuale significativa di autori di reati violenti ha una storia di maltrattamenti animali; nelle famiglie dove sono presenti violenza domestica o abusi, è frequente che anche gli animali domestici vengano maltrattati; la crudeltà verso animali è considerata uno dei possibili indicatori di disturbo della condotta nei minori. Non a caso l’FBI, negli Stati Uniti, ha iniziato a monitorare i reati di crudeltà animale nei propri database criminologici, proprio perché possono rappresentare un indicatore di rischio per altre forme di violenza. • Un gesto di violenza gratuita contro un animale indifeso può essere considerato un segnale di allarme sul piano della personalità di chi lo compie? Esiste un profilo psicologico ricorrente? Un atto di violenza gratuita contro un animale indifeso può effettivamente rappresentare un segnale di allarme sul piano psicologico e comportamentale. La letteratura criminologica individua alcuni tratti che possono ricorrere nei soggetti autori di crudeltà animale: basso livello di empatia desensibilizzazione alla sofferenza impulsività e scarsa gestione della rabbia; tendenza alla dominanza o al controllo attraverso la violenza. Nei minori, la crudeltà verso animali è uno dei comportamenti inclusi nei criteri del disturbo della condotta. Negli adulti può essere associata a tratti antisociali o sadici della personalità. Ancora una volta è importante sottolineare che non esiste un unico profilo deterministico, ma il comportamento rappresenta comunque un campanello d’allarme che merita attenzione clinica e sociale. • Nel caso specifico di Colleferro, la dinamica — un gesto improvviso, in un luogo pubblico, contro un animale conosciuto dalla comunità — suggerisce qualcosa di particolare dal punto di vista criminologico? Una dinamica di questo tipo presenta alcuni elementi che attirano l’attenzione criminologica. Il fatto che l’atto avvenga in uno spazio pubblico, senza apparente motivo e contro un animale conosciuto e accudito dalla comunità, può indicare: forte impulsività; assenza di inibizione sociale; scarsa percezione della gravità morale dell’atto. Quando la violenza avviene senza tentativo di nascondimento, questo può indicare una normalizzazione dell’aggressività o una bassa percezione delle conseguenze sociali e giuridiche del gesto. Sono elementi che non permettono diagnosi, ma che in criminologia suggeriscono la necessità di un’analisi più approfondita del comportamento e del contesto. • Secondo lei la società tende ancora a considerare il maltrattamento animale come un reato “minore”? Quanto pesa questa sottovalutazione culturale? Sì, storicamente il maltrattamento animale è stato percepito come un reato minore o marginale. Questa sottovalutazione culturale ha due conseguenze principali: riduce la percezione della gravità sociale del comportamento e impedisce di riconoscerlo come possibile indicatore di altre forme di violenza. Negli ultimi anni però si sta affermando una visione più ampia: la tutela degli animali non riguarda solo il benessere animale, ma anche la qualità etica e la sicurezza della società. • Intervenire con maggiore attenzione su questi episodi può avere anche una funzione di prevenzione rispetto ad altre forme di violenza? Assolutamente sì. Numerosi programmi di prevenzione internazionali considerano la violenza sugli animali un indicatore precoce di rischio sociale. Intervenire su questi comportamenti consente di: individuare situazioni familiari problematiche intercettare forme di disagio psicologico o sociale prevenire escalation di violenza. Per questo motivo molti esperti sostengono la necessità di un approccio interdisciplinare, che coinvolga forze dell’ordine, servizi sociali, psicologi e sistema educativo. • Quanto è importante l’educazione emotiva nei bambini e negli adolescenti? È fondamentale. L’educazione all’empatia, al rispetto degli animali e alla gestione delle emozioni rappresenta uno degli strumenti più efficaci di prevenzione della violenza. Numerosi programmi educativi dimostrano che insegnare ai bambini a riconoscere la sofferenza degli animali: sviluppa empatia, rafforza responsabilità e cura riduce comportamenti aggressivi Gli animali possono diventare importanti mediatori educativi nello sviluppo emotivo dei giovani. • Che messaggio dovrebbe trarre la collettività da una vicenda come questa? La lezione principale è che la violenza non è mai neutra. Prendere sul serio il maltrattamento animale significa: riconoscere che la capacità di infliggere sofferenza a un essere indifeso è un indicatore di fragilità sociale; rafforzare la cultura del rispetto e dell’empatia; proteggere non solo gli animali ma anche la sicurezza della comunità. Una società che reagisce con fermezza a questi episodi dimostra un alto livello di civiltà giuridica ed etica. La tutela degli animali, in questo senso, non è solo una questione di sensibilità: è anche una forma di prevenzione della violenza e di protezione del tessuto sociale. Come criminologa che si occupa da anni della correlazione tra maltrattamento animale e pericolosità sociale, ritengo inoltre che sia necessario un rafforzamento della risposta sanzionatoria. Un inasprimento delle pene avrebbe infatti anche una funzione culturale e preventiva: contribuirebbe ad innalzare la percezione della gravità di questi gesti, troppo spesso considerati marginali perché rivolti a vittime che purtroppo vengono ancora percepite come “di serie B”. In realtà, riconoscere la gravità della violenza sugli animali significa anche rafforzare la tutela della società nel suo complesso, perché la ricerca criminologica dimostra come questi comportamenti possano rappresentare un campanello d’allarme rispetto a condotte violente più ampie. È importante sottolineare che anche chi non prova particolare affetto per gli animali o resta emotivamente indifferente non dovrebbe mai voltarsi dall’altra parte di fronte a episodi di violenza. Al di là del dovere morale ed etico di contrastare ogni forma di crudeltà, non denunciare significa lasciare impunito un soggetto potenzialmente pericoloso. L’inerzia sociale può contribuire a permettere che questi comportamenti proseguano e si aggravino. In criminologia si parla infatti di “passaggio di specie”, cioè del rischio che la violenza esercitata sugli animali possa evolvere e rivolgersi successivamente verso gli esseri umani. Non si tratta di un automatismo, ma di una dinamica che la letteratura scientifica ha documentato in numerosi casi di violenza interpersonale. Ignorare o minimizzare questi episodi significa quindi perdere un’importante occasione di prevenzione. Infine, è fondamentale ricordare che tutti gli esseri viventi sono in grado di provare sofferenza. Gli animali sono esseri senzienti, dotati di capacità emotive e relazionali, e sempre più studi dimostrano quanto possano sperimentare paura, dolore e attaccamento. Per questo motivo contrastare la violenza nei loro confronti non è solo una questione di sensibilità verso gli animali, ma anche di civiltà giuridica, responsabilità sociale e prevenzione della violenza.
