(di Alessandro Andrelli) Da quel tragico 25 marzo nessuno sa che fine abbia fatto l’arma del delitto utilizzata per il colpo fatale di Emanuele Morganti, ventenne di Tecchiena aggredito fuori dal locale “Mirò Music Club” di Alatri nel cuore delle notte da un gruppo di persone, due delle quali attualmente in carcere e altri otto indagati con l’accusa di omicidio volontario con l’aggravante della motivazione per “futili motivi”.
Il colpo mortale che ha ucciso Emanuele Morganti sarebbe stato inflitto con un oggetto di acciaio che però non è mai stato ritrovato. C’è chi dice si sia trattato di un manganello telescopico, per il quale occorre una licenza speciale con tanto di “porto d’armi”. Altri parlano di un palo metallico, raccolto in piazza Regina Margherita, c’è chi, infine, sostiene che uno degli accusati, avrebbe estratto da un’automobile una mazza di acciaio per colpire Morganti. Se questa ultima ipotesi fosse confermata, potrebbe esserci anche l’ulteriore aggravante della premeditazione. La ricostruzione svolta dai Ris nella serata di venerdì all’esterno del “Mirò” ha sicuramente dato indicazioni in più e fornirà dal punto di vista video, con l’ausilio della tecnologia 3D, un supporto che darà agli investigatori qualche dettaglio utile anche a proposito dell’arma del delitto. Visti i tempi del pestaggio, quelli della morte del giovane Emanuele, dei vari interrogatori e della cattura dei primi due indagati, Palmisani e Castagnacci, ancora in carcere a Regina Coeli, l’arma del delitto è sicuramente sparita chissà dove. Purtroppo la ricerca di questo oggetto è difficilissima, come quasi trovare un ago in un pagliaio, però gli elementi raccolti e il quadro accusatorio sicuramente daranno luogo a ulteriori ricerche e indagini anche su questa delicata prova. Altro elemento che gli inquirenti staranno sicuramente analizzando è cercare di trovare prove utili sugli abiti di Emanuele al momento dell’aggressione. Mentre per tutti gli indagati, la questione è molto più complessa, visto che tutti potrebbe essersi liberati dei vestiti, potrebbero averli bruciati o gettati chissà dove; è evidente che ogni tipo di traccia salivare o ematica analizzata e riscontrata sul corpo di Emanuele Morganti, e soprattutto sui vestiti che indossava in quel tragico venerdì sera. Lo stesso dicasi per l’autovettura (una Skoda ndr) contro la quale sarebbe stato scagliato con violenza Emanuele durante il pestaggio. Gli inquirenti avranno ricostruito la scena del crimine in base allo spazio e al tempo, come vuole la prassi investigativa. I dettagli e le prove che staranno acquisendo, oltre ai dettagli della ricostruzione tridimensionale, saranno motivo di approfondimenti nelle prossime ore. E’ lecito chiedere giustizia per Emanuele Morganti, ma è altrettanto lecito attendersi, purtroppo, tempi lunghi per poter avere maggiori dettagli su quanto accaduto, vista e considerata anche l’assenza di “reo confessi”. Alessandro Andrelli
