“Mio figlio Nicolò poteva essere salvato”. Il dolore di una madre che da quattro anni aspetta giustizia

utente789
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Ci sono dolori che il tempo non attenua. Li rende soltanto più silenziosi. Ma dentro continuano a urlare. Angela Rossi convive con quell’urlo dal 15 luglio 2022, il giorno in cui suo figlio Nicolò Vincenzi, appena otto anni, è morto dopo essere stato ricoverato in ospedale. Da allora la sua vita si è fermata in quell’ultima mattina trascorsa accanto al suo bambino.

«Se soltanto qualcuno si fosse accorto che il suo cuore stava soffrendo, se gli avessero praticato le cure giuste, oggi Nicolò sarebbe ancora con noi», dice con la voce spezzata. Ogni ricordo riaffiora con una lucidità impressionante. Ogni particolare è rimasto impresso nella sua memoria come se il tempo non fosse mai passato. La mattina del 15 luglio Nicolò aveva la febbre alta. Il giorno precedente era risultato positivo al Covid. Poi il vomito, il pallore, quella stanchezza insolita. «Continuava ad appoggiare la testa all’indietro e mi diceva che aveva tanto sonno e tanta sete. È stato in quel momento che ho capito che qualcosa non andava.» Angela contatta il pediatra, che le consiglia di portarlo subito in ospedale. Mentre lo prepara, Nicolò pronuncia parole che la madre non è mai riuscita a dimenticare. «Mamma, non mi portare in ospedale. Lì mi faranno morire.» Una frase che oggi pesa come un macigno. Tre ore dopo il ricovero quel bambino dai capelli biondi e dagli occhi verdi non c’era più. Angela racconta gli ultimi istanti vissuti accanto a lui con una sofferenza che sembra ancora intatta. «Mi chiedeva continuamente da bere. Aveva una sete terribile. Io cercavo di aiutarlo, ma una dottoressa mi tolse la borraccia dalle mani dicendomi che potevo soltanto inumidirgli le labbra con delle garze bagnate. Lui continuava a ripetermi che aveva sonno. Io ero lì. Ho visto tutto.» Per una madre, quei ricordi sono diventati una condanna quotidiana. «La morte di Nicolò mi fa pensare a quella di Gesù. Ha sofferto tantissimo.» A distanza di quattro anni, Angela e il marito chiedono soltanto una cosa: conoscere la verità. Per la morte del bambino una pediatra e un’anestesista sono state rinviate a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Sarà il processo ad accertare eventuali responsabilità. Secondo quanto emerso dagli atti dell’inchiesta, il decesso sarebbe stato causato da una miocardite associata a una grave disidratazione. La consulenza medico-legale disposta dalla Procura avrebbe evidenziato presunte criticità nella gestione clinica del piccolo, elementi che saranno ora valutati nel dibattimento. «Io non voglio sostituirmi ai giudici», precisa Angela. «Chiedo soltanto che venga fatta giustizia. Se qualcuno ha sbagliato, è giusto che ne risponda.» Accanto ai genitori ci sono gli avvocati Solange Marchignoli e Christian Alviani, che seguono la famiglia nel procedimento giudiziario con l’obiettivo di fare piena luce su quanto accaduto. Nel frattempo la vita, pur ferita, è andata avanti. Due anni fa, quando Angela aveva ormai cinquant’anni e non pensava più di poter diventare madre, sono nati due gemelli. «Qualche mese prima avevo sognato Nicolò. Mi aveva detto: “Mamma, non piangere. Tra poco avrai un fratellino”. Quando sono nati i bambini non riuscivo a crederci. E uno dei due è identico a lui: gli stessi capelli biondi, gli stessi occhi verdi.» È in quel momento che la voce di Angela si spezza definitivamente. Le lacrime prendono il posto delle parole. Nicolò era un bambino curioso, pieno di fantasia. Amava costruire piccoli oggetti con gli utensili da lavoro, osservava il mondo con lo stupore tipico della sua età. Ma la sua vera passione era dipingere. Riempiva i fogli di colori accesi, vivaci, intensi. Per questo chi lo conosceva aveva iniziato a chiamarlo affettuosamente “il piccolo Van Gogh”. Aveva soltanto otto anni. L’età delle corse in bicicletta, dei giochi, dei sogni ancora tutti da scrivere. Un’età in cui il futuro dovrebbe essere un orizzonte infinito e non un ricordo custodito dentro una fotografia. Per Angela e suo marito quel futuro si è fermato in una stanza d’ospedale. Da quattro anni vivono con una domanda che nessuna sentenza potrà cancellare: se davvero Nicolò avrebbe potuto essere salvato. A quella domanda sarà la giustizia a dover provare a dare una risposta. Marina Mingarelli
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