Parla Luca Campanile: il mancino fatato e decisivo del Sora di inizio secolo. Fu lui a siglare la rete provvidenziale per evitare il crollo in Serie D nel pomeriggio da incubo vissuto a Tempio nel 2000 e, soltanto un anno dopo, sarà sempre lui a spazzare via le velleità di Campobasso prima e Catanzaro poi nel 2001.
Quel Sora era un’orchestra diretta in panchina dal magistrale Claudio Di Pucchio, presieduta dal Cavalier Annunziata e gestita sotto l’aspetto societario da uno staff di assoluto valore. In riva al Liri il centrocampista classe 1974 è rimasto per ben cinque annate. A cavallo tra due secoli ha intrecciato con i compagni di squadra gioie, dolori, sofferenze e trionfi.
“Ce l’abbiamo solo noi, Campanile gol!”, questo il coro intonato all’epoca dai sostenitori bianconeri nella affollatissima curva ferrovia. Allo Sferracavallo Luca ha lasciato il cuore, come lui stesso ha sottolineato nell’intervista rilasciata ai microfoni di TG24.info, nonostante le tante piazze frequentate nell’arco di una carriera

certamente positiva.
Lucchese, Arezzo, Giulianova, Taranto, Cavese, Gela e non solo. In Toscana con la casacca amaranto, nel 1998, fu tra i protagonisti della cavalcata in C insieme al tecnico Serse Cosmi ed al mitico Ciccio Graziani.
4 giugno 2000-17 giugno 2001: due date indelebili nella storia calcistica del Sora Calcio. Raccontaci la retrocessione scongiurata a Tempio e poi il trionfo di Catanzaro
“Sì, indubbiamente queste sono due date indimenticabili per giocatori, società e tifosi. Nel giro di un anno solare ci siamo ritrovati dal possibile baratro di perdere il professionismo al salto in C1. A queste date aggiungerei anche la semifinale di ritorno a Campobasso davanti a 10mila spettatori avversari. Quella vittoria per 1-0 ci permise di giocarci la finale playoff contro il Catanzaro. Questo è il bello del calcio: in un minuto può cambiare la storia. Ricordo che a tempo quasi scaduto a Tempio eravamo praticamente retrocessi, e invece dopo solo un minuto ci siamo salvati. Stesso discorso per il match di Catanzaro in cui al 90° i giallorossi erano tutti in campo per l’invasione. Nel 2000-2001 nessuno si aspettava che potessimo raggiungere un traguardo del genere. Fu una cavalcata fantastica che coinvolgeva tutta la città. C’era una perfetta sintonia tra pubblico e società”.
Hai vestito i colori bianconeri per 5 stagioni. Cosa ricordi dei compagni e soprattutto dell’aria che si respirava in città in quegli anni di professionismo?
“Sono stato a Sora per cinque stagioni, certamente tante per un giocatore. Il motivo è semplice. Avevamo creato un ambiente familiare con il direttore sportivo, il mister Di Pucchio e con il resto della società con a capo il Presidente Annunziata. Poi via via quel ciclo purtroppo è finito, come accade un po’ in tutte le cose, ma il cuore è rimasto sempre lì. Ho girato tante squadre in 17 anni di professionismo con diversi campionati vinti ma, se dovessi chiudere gli occhi, continuerei a vedermi con la maglia bianconera addosso. A distanza di tempo seguo le vicende della squadra e sono felice di ciò che sta ottenendo quest’anno battendo record su record. La gente sta ritrovando passione dopo anni di sofferenza in categorie onestamente inadeguate. Farò il tifo per il Sora senza dubbio”.
Un capitolo a parte lo dedichiamo a mister Di Pucchio: a Sora il “Maestro” è un’istituzione. Per te cosa ha rappresentato?
“Sono contento di poter rispondere a questa domanda. Il mister a Sora è un’istituzione. Per i sorani calcisticamente è il ‘Maestro’, per me è stato un maestro sul campo e di vita. Mi ha insegnato cosa vuol dire fare questo lavoro, cosa vuol dire dare importanza ad ogni dettaglio, da quello fisico alla psiche, cosa vuol dire fare le cose con ossessione perché se le fai con ossessione riesci ad ottenere i tuoi obiettivi anche a scapito di chi è più bravo di te. Poi mi ha insegnato cosa significa essere un vero leader. Tutte queste cose me le sono ritrovate da allenatore. Ricordo con piacere che era riuscito a far vedere le cose con gli stessi occhi a venti persone. Sull’aspetto tecnico ha parlato il campo. Esprimevamo un grande calcio fatto di entusiasmo, di voglia, di principi a quel tempo anche innovativi. E’ stato un grande per me e ne approfitto per mandargli un grosso abbraccio e per ringraziarlo”.
In carriera hai indossato diverse maglie in piazze anche di rilievo. Basti pensare al periodo di Arezzo con Serse Cosmi in panchina: c’è qualche aneddoto che ricordi particolarmente del tecnico che poi ha guidato il Perugia di Gaucci in Serie A?
“Sì ho avuto anche Serse Cosmi nella mia esperienza vissuta ad Arezzo. Quello fu un altro anno bello perché vincemmo il campionato, tra l’altro in modo simile al trionfo di Sora. Cosmi era ed è ancora un personaggio completo. Era un grosso motivatore e psicologo. Racconto un aneddoto per spiegare la sua figura. All’epoca, parlo della fine degli anni novanta, c’erano due settimane di pausa prima degli spareggi per consentire alle squadre di prepararsi. Avevamo la semifinale con il Teramo e sapevo che loro stavano facendo un mini richiamo di preparazione con sedute toste. Ad Arezzo invece il mister e il Presidente dell’epoca Ciccio Graziani decisero a sorpresa di mandarci una settimana in vacanza all’Isola D’Elba per preparare la sfida. L’obiettivo era di fare gruppo tutti insieme in un posto bellissimo dove la mattina ci si allenava e il pomeriggio si andava al mare. Alla fine noi riuscimmo a vincere il torneo. Sono contento per la carriera che ha avuto perché meritava tutto ciò che ha ottenuto”.
Cosa ti piace e cosa no del calcio di oggi rispetto al passato? E’ un mondo che ancora ti entusiasma?
“A me non piace fare paragoni tra passato e presente, sono epoche differenti. Quello che noto sicuramente è la qualità minore rispetto a prima. Una volta i campionati di C si avvicinavano ad una Serie B con giocatori di talento che scendevano da categorie superiori. C’era anche una passione diversa da parte dei tifosi. Il calcio è cambiato con la tecnologia e non solo. Premetto che a me piace lavorare con i giovani. Ciononostante credo che tutto sia nato da quando hanno deciso di inserire obbligatoriamente i ragazzi nelle rose e nelle formazioni titolari. Ricordo quando si entrava negli spogliatoi composti da gente esperta che ti insegnava la voglia di vincere. Una volta i giovani in una rosa erano 4-5 al massimo. Oggi il dato si è ribaltato. Avere solo giovani in un team non aiuta. E’ semplice ora arrivare in alto per un giovane, dopo poche partite fatte bene, ma a mancare sono le fondamenta per restare a certi livelli. Detto ciò la passione per il calcio se c’è rimane per sempre”.
Alessandro Iacobelli