“Mbappé ha origini africane ma calcisticamente è cresciuto in Europa. Se fosse nato in Cameroon, non sarebbe diventato il giocatore che è oggi. C’è l’Europa e c’è il resto del mondo. Il resto del mondo ha bisogno d’aiuto, altrimenti andremmo a perdere molti giocatori futuribili”.
Le parole hanno un peso. Al giorno d’oggi, dove tutto esplode in rete e viaggia velocemente, bisogna essere attenti alle cose che si dicono, alle sfumature di significato, alle manipolazioni che possono essere effettuate. Puoi essere la persona più competente del mondo ed essere accusato di razzismo e classismo l’attimo dopo, anche se non intendevi nulla di tutto ciò. È quello che è successo ad un allenatore che ha fatto la storia del calcio e la fortuna dell’Arsenal: 1235 partite come condottiero dei Gunners e 716 vittorie, 22 stagioni, dal 1996 al 2018. Una storia d’amore quasi infinita quella che ha legato Arsène Wenger e il club londinese. Quando arrivò a Londra nell’estate degli ultimi anni ’90, lo scetticismo era tanto: un francese in terra britannica, semisconosciuto, con gli occhiali e il fisico slanciato. Prima di approdare in Inghilterra, aveva fatto un salto in Giappone dove aveva preso la guida di una squadra ultima in classifica: Nagoya Grampus. Tempo, dedizione ed idee di gioco: quei ragazzi visti da tutti come scarsi riescono ad arrivare in alto, sul 2° gradino del podio e vincono la Coppa dell’Imperatore. Una vera impresa che non tutti vedevano: si stava pur sempre parlando del campionato nipponico, di un Paese culturalmente lontano da quello inglese. Ed Arsène a Londra portò un vero e proprio rinnovamento culturale tanto che per i giocatori fu uno shock: niente alcolici, cibo sano, dedizione e regole. I risultati, così come questa storia lunga più di due decenni, furono impressionanti: gioco concreto ed esteticamente bello e quella Premier League, stagione 2003/2004, vinta da imbattuti. Ma il cambiamento culturale che apporta il francese, non si limita solo al campo: è uno di quelli che pensa al futuro, anticipando spesso le necessità del suo club. Serviva uno step in più, serviva un posto in grado di contenere più tifosi, all’avanguardia: a quei tempi l’Arsenal giocava ad Highbury, uno stadio da 36mila posti, vecchie gradinate, che sapeva di un calcio romantico, fatto di bibite, palloni recuperati al volo e tifosi che potevano toccare i loro idoli, tanta era la vicinanza con il campo. Wegner collabora allora nella costruzione di uno stadio, l’Emirates Stadium, tutt’ora casa dei gunners; ricostruisce poi l’Accademy di Hale End e migliora il campo di allenamento. Un rinnovamento culturale che viene notato anche e soprattutto dalla FIFA tanto che il 13 novembre 2019 viene nominato responsabile dello sviluppo mondiale del calcio. La sua “missione” è semplice: supervisionare la crescita mondiale del calcio femminile e maschile. La frase che ha scatenato pensieri contrastanti, insulti e ha portato Arsène a perdere punti agli occhi di chi è poco informato, deve essere inserita all’interno della filosofia e della metodologia di lavoro del francese. Il CONMEBOL (la Confederazione Sudamericana del Calcio) ha duramente attaccato Wenger, dichiarando che ha usato parole infelici, che ha dato dei pregiudizi denigratori, peccando anche di ignoranza perché tantissimi calciatori africani sono passati alla storia e hanno aiutato moltissimo il calcio europeo e mondiale, mettendo a disposizione il loro talento. Basti pensare a Samuel Eto’o, Didier Drogba, George Weah. Arsène non è razzista e si può prendere in esempio proprio il caso del fuoriclasse Weah, l’unico calciatore africano ad aver vinto il Pallone D’Oro. Weah ha sempre avuto parole di elogio per il suo ex allenatore: è stato lui a scoprirlo e ad aiutarlo a non mollare quello sport in cui era davvero bravo. Il discorso di Wenger, se si mettono da parte divergenze ideologiche e politiche (come quelle che intercorrono tra Fifa e Conmebol), è molto semplice ed onesto soprattutto perché si parlava di strutture logistiche, indispensabili per i giovani giocatori. Bisogna dare ad ogni talento la propria opportunità: i giovani Europei hanno a disposizione strutture che in Africa ancora non ci sono. Bisogna impegnarsi e pensare al futuro. Persino in Italia abbiamo carenze di strutture adeguate, con campi di allenamento spesso sovraffollati. Tutti dobbiamo migliorare e per farlo bisogna collaborare, non strumentalizzare le parole e magari tacere, come ha fatto la CAF (la confederazione africana di calcio). Irene Annarelli
