Per l’occidentale che si rechi nel Continente Nero, il rischio maggiore è quello di tornare con il “mal d’Africa”.
Una sorta di “malattia” che equivale a nostalgia, senso di vuoto che diviene malessere al pensiero di quei tramonti, quei paesaggi, quell’orizzonte sconfinato. Lo stesso baobab, tipico di quelle contrade; un albero maestoso che sembra rovesciato, con i rami più alti simili a radici che implorino la grazia del Cielo. Ebbene, se i giovani egiziani sbarcati in Italia ignorano Iside ed Osiride, figuriamoci Seth ed Anubi oltre a Cleopatra ed Antonio, come poter credere alla volontà di tornare in patria? Per non parlare degli immigrati provenienti da altre contrade, la maggior parte dei quali ha forse visto aerei ed aeroporti, ma non leoni! La presunzione di “solidarietà”, una parola che i seguaci di Lech Walesa tradussero con “libertà”, riempie la bocca dei tanti buonisti impreparati. Se non si soffre un minimo di “mal d’Africa”, impossibile comprendere il possibile rischio da quanto sta accadendo. Jackal
