Frosinone – Morte Teresa Carinci, la lettera della famiglia

Alessandro Andrelli
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La morte di Teresa Carinci, del quale abbiamo parlato già ieri con l’ennesima toccante testimonianza del marito, Alfonso Toti, attende ancora giustizia. La sua morta durante un intervento chirurgico di routine presso l’ospedale “Spaziani” di Frosinone non ha ancora un perché, un responsabilità. Dopo l’appello alle istituzioni al grido di “giustizia” che vi abbiamo raccontato ieri su Tg24 (leggi qui) oggi pubblichiamo la lettera scritta dai nipoti e dalla nuora della signora Teresa Carinci. A un anno dalla scomparsa, le loro parole sono come frecce che colpiscono nel segno e lasciano un vuoto incolmabile.

“Ad un anno ormai dalla scomparsa di una madre, una compagna ed una nonna, siamo qui per ricordare la persona speciale che eri, una donna genuina, altruista, che ancora oggi vive nei nostri cuori, allo stesso tempo siamo qui per pretendere che venga fatta giustizia su quello che è accaduto il 31 luglio 2015 a seguito di un esame di isteroscopia, un esame preventivo al quale si sottopongono centinaia di donne ogni giorno e che si è rivelato fatale sotto le mani di Teresa“. Il riferimento, purtroppo, è a quanto accaduto, ancora sotto inchiesta, e che non sembra trovare al momento un responsabile, nonostante le autorità competenti abbiano agli atti molti elementi. La lettera poi prosegue e racconta la sofferenza di quest’ultimo anno per tutta la famiglia della signora Carinci. “Dopo una tragedia così inverosimile e così difficile da accettare tutt’oggi, siamo maggiormente sconfortati dalla mancanza di provvedimenti disciplinari da parte della direzione sanitaria nei confronti di chi, quel giorno, per negligenza e superficialità, ha commesso errori talmente gravi da far perdere la vita ad una persona. Questa indifferenza, oltre che averci sconvolto, ci ha fatto perdere fiducia nella sanità. Il nostro auspicio dopo l’accaduto, è che esistano ancora medici che con dedizione, sapienza e passione, svolgono nella vita di tutti i giorni la loro professione, senza mai con il trascorrere del tempo peccare di superbia e di umiltà. Non ci resta, ad oggi – si conclude la lettera – che chiedere giustizia; una giustizia degna da difendere la dignità e la vita di una persona morta a seguito di un errore altrui, tanto grave da non poter essere considerato scusabile“. La Redazione
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