(di Dario Facci) Accettare il sacrificio, rassegnarsi, non è una buona pratica nelle circostanze di evidente declino industriale del Lazio e, specificamente, di quello meridionale. Però è quello che sembra stia succedendo. A parte qualche sussulto sindacale, più urlato che concreto, le rappresentanze locali non sembrano essere assillate da quella che si configura come una catastrofe occupazionale.
La crisi dell’Automotive, ma anche di altri settori, morde ogni giorno di più e lancia segnali inequivocabili a fronte di… nessun fronte o quasi. Comunque senza che si registri una levata di scudi che assomigli, seppur lontanamente, al livello del disastro che si sta consumando. L’allarme generale, nella sfera politica, è stato lanciato qualche giorno fa da Calenda. Il leader di Azione è tornato, a distanza di qualche mese dopo il primo intervento, a sottolineare come la situazione dell’industria automobilistica del Lazio meridionale (che poi corrisponde a quella dell’intera regione) sia gravissima, spaventosa. Gli ha fatto eco il suo rappresentante presso la Regione Lazio, Alessio D’Amato, il quale ha rinverdito l’appello di Calenda: una grande manifestazione nazionale per chiedere il rispetto delle promesse. Manca però un pezzo alle premesse di questa manifestazione: non basta una vertenza nazionale per chiedere, per esempio, a Stellantis di mantenere i livelli occupazionali in Italia (cioè gli investimenti). Occorre che questi, per quel che riguarda il Lazio, siano mantenuti nel Cassinate. Questo perché i livelli occupazionali possono essere mantenuti ma in altre zone, magari quelle beneficiate dalla Zes che, è bene ricordare, ospitano importanti stabilimenti del colosso automobilistico. Ecco perché al fianco delle preoccupazioni avanzate dai livelli nazionali, sindacali o politiche che siano, manca all’appello una grande, straordinaria, preoccupazione locale che sfoci in proporzionate azioni operative subito.
