L’attacco subito da Sigfrido Ranucci non è solo un fatto grave. È un colpo diretto alla libertà di stampa, un segnale inquietante per chiunque creda nel diritto dei cittadini a essere informati e nella funzione democratica del giornalismo. Quando si colpisce un giornalista, si colpisce l’intero sistema di garanzie che permette a una società di interrogarsi, di vigilare, di evolvere. La notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025, un ordigno ha distrutto l’auto di Ranucci e quella della figlia, parcheggiate davanti alla loro abitazione. Un gesto violento, codardo, che avrebbe potuto avere conseguenze tragiche. Ma al di là del danno materiale, ciò che inquieta è il messaggio: intimidire chi indaga, chi espone, chi racconta ciò che molti preferirebbero restasse nell’ombra.
Ranucci non è un giornalista qualsiasi. È il volto di “Report”, una delle poche trasmissioni che ancora praticano il giornalismo d’inchiesta con rigore, indipendenza e coraggio. Vive sotto scorta dal 2009, a causa delle minacce ricevute per le sue inchieste. Eppure non ha mai smesso di fare il suo lavoro, consapevole che informare è un dovere, non un privilegio. Il giornalismo d’inchiesta, per sua natura, disturba. Non si limita a raccontare i fatti: li scava, li connette, li interroga. Espone contraddizioni, svela zone d’ombra, mette in discussione narrazioni ufficiali. È un mestiere scomodo, che richiede tempo, competenze e soprattutto coraggio. Chi lo esercita con onestà intellettuale merita rispetto e protezione, non sospetti o campagne di delegittimazione. Gli attacchi personali, le intimidazioni, le denigrazioni non sono solo un’offesa alla persona. Sono un tentativo di silenziare una voce, di spezzare un metodo, di scoraggiare una pratica. E questo riguarda tutti noi: giornalisti, cittadini, istituzioni. Perché senza un’informazione libera, nessun potere è davvero controllabile. Le reazioni istituzionali, dalla condanna del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla solidarietà espressa dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sono importanti. Ma non bastano. Servono misure concrete per tutelare chi fa informazione, per garantire che il giornalismo d’inchiesta non diventi un mestiere impossibile. Serve anche una presa di coscienza collettiva. Le redazioni devono sostenere i loro giornalisti, non lasciarli soli. L’opinione pubblica deve riconoscere il valore di chi rischia per raccontare la verità. E la politica deve smettere di trattare l’informazione come un fastidio e iniziare a considerarla come un presidio democratico. Difendere Ranucci oggi significa difendere la dignità del giornalismo domani. Significa affermare che la libertà di stampa non è negoziabile, che il diritto a sapere è parte integrante della cittadinanza. Significa ricordare che la democrazia non vive di silenzi, ma di domande, di voci, di sguardi critici. Come giornalista, come cittadina, come persona che crede nel valore della verità, non posso che esprimere la mia piena solidarietà a Sigfrido Ranucci e alla sua famiglia. E ribadire che il giornalismo d’inchiesta non si tocca. Perché se si spegne quella luce, restiamo tutti al buio. Anna Ammanniti
