FOCUS – Le radici invisibili della violenza: intervista alla criminologa Linda Corsaletti

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Ad Afragola (NA) la quattordicenne Martina Carbonaro è stata brutalmente uccisa dall’ex fidanzato.

Questo ennesimo femminicidio, consumato tra adolescenti, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e sollevato interrogativi urgenti sul ruolo dell’educazione affettiva, della prevenzione della violenza di genere e della responsabilità collettiva nel riconoscere e contrastare segnali di disagio e pericolo nelle relazioni giovanili. Ne parliamo con la criminologa Linda Corsaletti, esperta in prevenzione e analisi dei comportamenti devianti, che ci offre una riflessione lucida e competente sull’importanza dell’educazione affettiva, un’analisi approfondita del fenomeno nella sua complessità e in tutte le sue sfaccettature. Un contributo prezioso per comprendere come intervenire prima che la violenza esploda, agendo su quei segnali spesso invisibili che, se ignorati, possono trasformarsi in tragedia.   “Ringrazio per questa opportunità di fare divulgazione scientifica e culturale su temi di grande attualità e rilevanza sociale. In particolare, in un momento storico segnato da un preoccupante incremento di comportamenti criminosi, antisociali e persino omicidiari da parte di adolescenti, è fondamentale soffermarsi con serietà e responsabilità sul ruolo dei sistemi educativi e valoriali. Tali sistemi rappresentano la base su cui si fonda lo sviluppo sano ed equilibrato delle nuove generazioni. La prevenzione della violenza, in ogni sua forma, non può prescindere da un lavoro profondo, condiviso e intersezionale che coinvolga famiglia, scuola, istituzioni, media e società civile. Non possiamo ignorare che il disagio giovanile, spesso silenzioso, si traduce in atti estremi quando mancano strumenti di lettura delle emozioni, modelli relazionali sani e contesti capaci di ascolto e prevenzione. Parlare di violenza di genere, femminicidio e prevenzione significa allora andare a monte, analizzando non solo il gesto finale, ma il terreno culturale, sociale ed emotivo che lo ha reso possibile. La criminologia, in questo senso, è una lente preziosa per comprendere, ma soprattutto per intervenire prima che la violenza si manifesti.” 1. In che modo la prevenzione può agire prima che la violenza si manifesti? La prevenzione primaria è fondamentale per intercettare i fattori di rischio prima che si trasformino in comportamenti violenti. Agisce su più livelli: educativo, culturale, relazionale. Significa promuovere una cultura del rispetto, del consenso e della parità di genere sin dall’infanzia, contrastare stereotipi e dinamiche di potere, e offrire strumenti di lettura emotiva e relazionale. L’obiettivo è modificare il contesto sociale che legittima la violenza.   2. Quali sono i segnali da riconoscere nelle relazioni che potrebbero evolvere in situazioni pericolose? Segnali precoci includono: controllo eccessivo (su abbigliamento, amici, spostamenti), gelosia patologica, isolamento dalla rete familiare e amicale, manipolazione emotiva, svalutazione e umiliazione, comportamenti passivo-aggressivi o minacce velate. Questi non sono “segni d’amore”, ma campanelli d’allarme di un potenziale abuso.   3. Qual è il ruolo della famiglia nell’educare al rispetto e nell’arginare comportamenti violenti fin dalla prima infanzia? La famiglia è il primo luogo in cui si apprendono le dinamiche relazionali. È essenziale che i bambini crescano in un ambiente in cui si praticano modelli relazionali sani, si promuove l’empatia, si scoraggia la cultura del possesso e si impara a gestire la frustrazione e il conflitto in modo non violento. Il rispetto non si insegna a parole, ma si trasmette con l’esempio.   4. Quanto è importante l’educazione affettiva e relazionale nelle scuole per prevenire la violenza di genere? È decisiva. Parlare di affetti, emozioni, consenso e comunicazione nelle scuole aiuta i ragazzi a costruire relazioni sane. Dove manca educazione relazionale, si radicano modelli tossici, spesso normalizzati da famiglia, media e social. L’educazione affettiva è una forma di prevenzione strutturale. 5. Come possono essere formati insegnanti, educatori e operatori sociali per intercettare situazioni a rischio? Serve una formazione specifica e continuativa, che includa: riconoscimento di segnali psicologici e comportamentali, tecniche di ascolto attivo, conoscenza della rete dei servizi (centri antiviolenza, sportelli di ascolto), strumenti per l’intervento in casi di sospetto abuso o controllo. La formazione dev’essere integrata in percorsi professionali e non occasionale.   6. I centri antiviolenza ricevono abbastanza supporto e risorse per svolgere un’efficace funzione preventiva? Spesso no. Molti centri lavorano in condizioni precarie, con fondi instabili e personale insufficiente. Per garantire un ruolo realmente preventivo, è necessario potenziarli strutturalmente, investendo in: prevenzione nelle scuole, supporto psicologico gratuito e continuativo, progetti territoriali per intercettare precocemente la violenza.   7. Le campagne di sensibilizzazione hanno davvero un impatto duraturo sulla mentalità collettiva? Hanno un impatto se sono coerenti, continue e ben costruite. Le campagne efficaci decostruiscono stereotipi e stimolano il pensiero critico, coinvolgendo anche gli uomini e i giovani. Ma non bastano da sole: devono essere parte di una strategia integrata con scuola, media, famiglia e istituzioni.   8. In che modo i social network possono diventare strumenti utili per la prevenzione, invece che amplificatori di stereotipi tossici? I social possono: diffondere contenuti educativi, dare visibilità alle voci delle vittime, creare spazi di supporto tra pari. Ma vanno regolamentati per limitare hate speech, stalking digitale e pornografia non consensuale. L’algoritmo non può premiare contenuti violenti o misogini.   9. Quali sono le responsabilità delle istituzioni nel costruire un sistema di prevenzione capillare ed efficace? Le istituzioni devono garantire: educazione alla parità di genere nei programmi scolastici, finanziamenti stabili per centri antiviolenza e case rifugio, formazione obbligatoria per forze dell’ordine e magistratura, protocolli d’intervento rapidi in caso di segnalazioni. Non è solo una questione di giustizia: è una responsabilità sociale e politica.   10. Che tipo di formazione andrebbe offerta ai giovani per aiutarli a distinguere l’amore sano dal possesso e dalla dipendenza? Una formazione basata su: educazione sentimentale e gestione delle emozioni, empatia e comunicazione assertiva, autonomia affettiva, decostruzione di miti romantici dannosi (gelosia come prova d’amore, salvataggio emotivo, ecc.). Bisogna insegnare che l’amore non è controllo, dipendenza o annullamento dell’altro.   11. Quanto conta il linguaggio usato dai media nella costruzione di una cultura della prevenzione? Moltissimo. I media possono rafforzare stereotipi o contrastarli. Parlare di “raptus”, “crimini passionali” o “gelosia” banalizza la violenza. Il femminicidio è un atto di dominio sistemico, non una perdita di controllo improvvisa. Il linguaggio deve essere corretto, consapevole e rispettoso delle vittime.   12. Come si possono coinvolgere gli uomini nella lotta alla violenza di genere e nella prevenzione del femminicidio? Gli uomini devono essere alleati attivi, non spettatori. È fondamentale: promuovere una mascolinità non violenta, non tossica, creare spazi in cui possano riflettere sul potere, la fragilità, la rabbia, coinvolgerli nelle campagne educative. Solo decostruendo il modello del “maschio dominante” si potrà prevenire la violenza.   13. Quanto conta, secondo lei, la componente culturale? È centrale. La violenza contro le donne è il frutto di una cultura patriarcale, che normalizza il controllo, il possesso, la svalutazione dell’altro. La componente culturale alimenta l’impunità e la silenziosa accettazione della violenza. Cambiare cultura significa cambiare il sistema, non solo i singoli comportamenti.   14. Come si arriva a tanto, in una relazione tra ragazzi così giovani? Si arriva a tanto quando i giovani non hanno strumenti per leggere le proprie emozioni e relazioni. Se crescono con modelli tossici, senza educazione affettiva, con accesso a contenuti violenti e sessisti, la violenza può sembrare un’espressione legittima di disagio o amore. Per questo è cruciale intervenire presto, a scuola e in famiglia.
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