Anagni – Produzione di nitrogelatina nell’ex Winchester: preoccupazioni per sicurezza e ambiente

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Ad Anagni, nell’area industriale de La Macchia, sta per ripartire la produzione di materiali esplosivi nel sito ex Winchester, un’azienda ha presentato un ambizioso piano di espansione: undici nuovi capannoni per lanciare la fabbricazione di nitrogelatina, una sostanza altamente esplosiva, destinata all’industria bellica. L’obiettivo? Produrre fino a 150 kg di materiale esplosivo all’ora, a ciclo continuo, ossia h24.

Una notizia che ha immediatamente riacceso l’allarme tra cittadini e i partiti politici di opposizione. Il sito infatti si trova in una zona classificata come SIN, già gravemente compromessa da problemi ambientali. Dopo anni in cui l’impianto era stato convertito alla demilitarizzazione, ovvero allo smaltimento di armi dismesse, si torna a parlare di produzione bellica. E lo si fa in grande stile. Il contesto è quello dettato dall’Europa: a luglio 2023 è stato adottato il regolamento “ASAP” (Act in Support of Ammunition Production), che punta a potenziare la capacità produttiva degli Stati membri in ambito difesa. Un provvedimento pensato per rispondere all’emergenza legata alla guerra in Ucraina. Tra i siti italiani scelti per aumentare la produzione di polveri da sparo figura proprio quello di Anagni. L’industria degli esplosivi è sempre stata una delle più delicate, non solo per la natura intrinsecamente pericolosa dei materiali trattati, ma anche per le implicazioni che può avere sulla sicurezza delle persone e dell’ambiente circostante. Quando si parla di nitrogelatina i rischi sono ancora una volta al centro del dibattito, soprattutto se l’impianto in cui viene trattato è situato vicino a abitazioni e impianti a rischio rilevante e ad Anagni ce ne sono ben sette di impianti a rischio rilevante! Che cosa è la nitrogelatina? Utilizzata per anni nella produzione di dinamite, la nitrogelatina è un composto semisolido, ad alta velocità di detonazione, sensibile a urti, calore e fiamme. Più stabile della nitroglicerina, ma comunque ad alto rischio. La sua presenza in un impianto così vicino ad abitazioni e strutture industriali definite “a rischio rilevante” solleva interrogativi seri sulla sicurezza. Gli impianti a rischio rilevante sono strutture che trattano materiali pericolosi o processi industriali in grado di generare eventi catastrofici, come esplosioni o fughe di sostanze tossiche. Se questi impianti vengono associati alla produzione di materiali esplosivi, come la nitrogelatina, la probabilità di incidenti aumenta notevolmente, specialmente se non vengono adottate misure di sicurezza avanzate. La vicinanza delle abitazioni a un sito che manipola nitrogelatina è particolarmente preoccupante. gli effetti potrebbero essere devastanti: onde d’urto, frammenti, dispersione di sostanze tossiche nell’aria, nel suolo e nelle falde, inquinamento da acidi (nitrico e solforico). Le famiglie che vivono a poca distanza dall’impianto temono per la propria salute e per l’ambiente, già messo a dura prova da anni di attività industriale. Inoltre, il rischio di contaminazione dell’aria e del suolo, causato dall’eventuale dispersione di sostanze pericolose, potrebbe avere gravi ripercussioni sulla salute della popolazione. La produzione di nitrogelatina comporta emissioni di acido nitrico, acido solforico, VOC (sostanze organiche volatili) e ossidi di azoto: composti che possono causare piogge acide, smog e anche in questo caso contaminazione delle acque e del terreno. In un territorio come quello di Anagni, che convive da decenni con emergenze ambientali, il timore è che si aggiunga un ulteriore fattore di rischio. La gestione della sicurezza in tali contesti non riguarda solo i lavoratori direttamente coinvolti, ma si estende a tutta la comunità circostante. La protezione dei cittadini, quindi, deve essere una priorità assoluta per le aziende coinvolte in questo tipo di produzione. Le normative di sicurezza devono essere rigorosamente rispettate, ed è fondamentale che venga effettuata una valutazione del rischio prima dell’inizio di qualsiasi attività, soprattutto in aree densamente popolate o vicine a impianti industriali sensibili. A livello europeo e nazionale, gli impianti esplosivi devono rispettare norme molto rigide. La Direttiva Seveso III, recepita in Italia con il D.lgs. 105/2015, impone valutazioni di rischio dettagliate e piani di emergenza. Il Codice dell’Ambiente regola le emissioni e la gestione dei rifiuti pericolosi. Ogni impianto dovrebbe inoltre garantire distanze di sicurezza dalle abitazioni, barriere protettive, tecnologie di contenimento e un ospedale nelle vicinanze, di cui la città di Anagni è sprovvisto. È stata presentata la richiesta di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) presso la Regione Lazio, per valutare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulla sicurezza. Attualmente la proposta è in fase di valutazione da parte delle autorità regionali competenti. Nel caso di Anagni, la questione non è solo tecnica, ma profondamente politica e sociale. La tutela della salute pubblica e dell’ambiente deve prevalere su qualsiasi logica produttiva. Le norme ci sono, ma vanno applicate con rigore. E serve trasparenza: cittadini e istituzioni devono essere informati, coinvolti e tutelati. La domanda resta aperta: è davvero questo il futuro industriale che vogliamo per un territorio già segnato da troppe ferite ambientali? Ieri intanto sulla questione è intervenuta anche l’onorevole Ilaria Fontana che in una nota ha detto: “Oggi (ieri per chi legge, ndr) in Commissione Ambiente il MASE ha perso un’occasione per fare chiarezza. Altro che scaricare la responsabilità su altri ministeri: serviva trasparenza su un tema che preoccupa fortemente i cittadini di Anagni e non solo. Lo stabilimento ex Winchester, da area demilitarizzata, si sta trasformando in un sito di produzione militare di esplosivi. Chi ha deciso tutto questo? Perché non è stato detto nulla ai cittadini? È inaccettabile che un territorio già martoriato come la Valle del Sacco venga ancora una volta ignorato e sacrificato. Gravissimo poi che il progetto di riconversione industriale sia finanziato con 40 milioni di euro provenienti dai fondi europei del Regolamento ASAP, nati per sostenere l’Ucraina, non per creare nuove aree produttive militari nel nostro Paese senza confronto né trasparenza. Vogliamo chiarezza. E vogliamo risposte. Non solo per rispetto del ruolo del Parlamento, ma soprattutto per rispetto dei cittadini”.  
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