(di Roberta Pugliesi) Diciannove anni fa veniva uccisa dal suo fidanzato Adriana Tamburrini. Era la sera del 23 ottobre 2005 in località Schito a Broccostella.
“Fu uccisa dal compagno Michele Salerno, 26 anni, nel corso della notte tra il 23 e il 24 ottobre 2005. Il cadavere fu ritrovato la mattina seguente nelle campagne tra Schito di Broccostella e Posta Fibreno in provincia di Frosinone – ricorda femminicidioitalia -. I due giovani uscirono insieme la domenica sera del 23 ottobre, ma cominciarono a litigare in macchina. Ne scaturì una colluttazione fuori dall’abitacolo, al culmine della quale Salerno colpì la fidanzata a coltellate fino a toglierle la vita. Successivamente il ventiseienne abbandonò il cadavere in un campo e si diede alla fuga, percorrendo molti chilometri in autostrada a bordo della sua auto. Arrivato all’altezza di Firenze, si fermò e, preso dal rimorso, telefonò alla Polizia Stradale, riferendo all’operatore in linea dell’esistenza di “un cadavere da recuperare”. Il giovane, rintracciato dagli agenti, fu convinto a parlare e confessò l’omicidio. Nel frattempo, un passante a Posta Fibreno aveva avvistato il corpo senza vita di Adriana Tamburrini nelle campagne, avvisando al contempo le forze dell’ordine”. Sono in tanti oggi a ricordare quella ragazza piena di vita brutalmente assassinata da chi diceva di volerle bene. “Adriana era una mia vicina di casa – ricorda Roberto -, e mi ricordo ancora quando, da piccolina, il papà la portava a fare la passeggiata estiva. Non posso non rivolgere a lei un pensiero, come non posso esimermi dal mandare un abbraccio simbolico ai genitori e a quanti la conobbero ed amarono”. L’omicida ventiseienne, originario di Cosenza ma residente a Caserta, conobbe la ragazza su internet nei mesi precedenti, poi i due si erano incontrati di persona e avevano intrapreso una relazione. Il giovane si era trasferito a Sora, dove aveva trovato anche un lavoro per stare accanto alla diciannovenne. Salerno fornì versioni contrastanti in merito all’aggressione mortale. In un primo momento riferì di aver cominciato a litigare con la ragazza quando lei gli aveva rivelato di essere incinta. Successivamente però avrebbe raccontato che il litigio sarebbe avvenuto per non meglio precisate “questioni di gelosia”. Il reo confesso fu rinviato a giudizio in rito abbreviato e condannato in primo grado a 20 anni di reclusione. In Corte d’Appello l’imputato patteggiò la pena a 18 anni.
