IL CASO – Prevenzione oncologica: “Il Lazio è tra le regioni peggiori”. Parola dell’Osservatorio screening

chiaro13
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L’Osservatorio nazionale screening (Ons) ha esaminato i dati relativi agli screening condotti l’anno scorso per prevenire le patologie oncologiche e ha stilato una classifica in base all’efficacia e la partecipazioni a tali attività, regione per regione. Una classifica che boccia il Lazio e piazza la nostra regione agli ultimi posti per percentuale di partecipazione alle campagne da parte dei cittadini.

Infatti, nel Lazio, solo il 18% della popolazione si sottopone a screening del colon retto; solo il 27% partecipa agli esami per individuare in modo precoce il cancro della cervice uterina; il 41% partecipa alla prevenzione del carcinoma mammario: un buon risultato ma lontano dagli obiettivi richiesti (90 per cento da raggiungere entro il prossimo anno). Più screening vuol dire intercettare prima la malattia e quindi per i pazienti una maggiore possibilità di guarigione. Francesco Cognetti, presidente Foce (Federazione degli oncologi, cardiologi ed ematologi) spiega al Corriere della Sera che per i primi due screening, “il Lazio si trova al 19esimo posto su una classifica di 21 regioni e provincie autonome”, per il terzo invece “è in 17esima posizione, nettamente al di sotto della media nazionale e dietro persino a molte regioni del sud. Un fenomeno che è dovuto a una sottovalutazione generale da parte della popolazione per la scarsa informazione. Bisognerebbe sfruttare maggiormente le nuove tecnologie, offerte dal web e dalle telecomunicazioni”. Per quanto scarsi, i dati del Lazio sono comunque in miglioramento – e per ovvi motivi – rispetto al periodo della pandemia. Per Cognetti, poi, “Il modello adottato per la rete oncologica dalla precedente amministrazione è errato, non tutti i centri ospedalieri possono essere definiti centri oncologici. C’è bisogno di un collegamento tra tutte le strutture gestito secondo il modello hub and spoke (cioè caratterizzato dalla concentrazione dell’assistenza in centri di eccellenza, gli hub, supportati da una rete di servizi, i centri spoke, ndr) cui compete la selezione dei pazienti e il loro invio a centri di riferimento. La chirurgia oncologica per esempio è gestita al 30 per cento dal Gemelli, al 10 per cento dall’Ifo, al 7 per cento complessivo da tutti gli ospedali di provincia. Non si può gestire questa situazione, bisogna avere il coraggio di cambiare”.
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