IL FATTO – Strage via d’Amelio, 32 anni dall’omicidio di Paolo Borsellino

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Era una domenica caldissima, quando in via D’Amelio n.19 un’autobomba esplose uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Erano le 16.58 del 19 luglio 1992, la mafia per colpire lo Stato uccise Borsellino, dopo soli 57 giorni dell’attentato di Capaci, dove era stato ammazzato il magistrato Giovani Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre poliziotti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

In seguito a indagini sulla criminalità organizzata in Sicilia, la mafia si era vendicata uccidendo subito dopo le elezioni politiche dell’aprile 1992, Salvo Lima politico di spicco della Democrazia Cristiana e in seguito i due magistrati, fautori principali della lotta alla mafia. Ciò significa in risposta all’esito definitivo del maxiprocesso di Palermo che aveva visto la condanna dei principali boss tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano. Quella domenica palermitana in via Mariano D’Amelio novanta kg di esplosivo piazzati da Cosa Nostra colpiscono ancora una volta lo Stato e i suoi uomini coraggiosi. Nonostante siano trascorsi molti anni, la memoria del giudice Paolo Borsellino e degli altri eroi di Via D’Amelio continua a suscitare profonda commozione. Dopo 32 anni il sacrificio di Paolo Borsellino, come quello di Giovanni Falcone e delle donne e uomini delle scorte pesa molto, ma molto più di quei novanta kg di esplosivo plastico di via D’Amelio e di quei cinquecento kg di tritolo a Capaci. Paolo Borsellino fu uno dei primi a comprendere l’importanza dell’educazione alla legalità nelle scuole, convinto che il rifiuto della cultura mafiosa potesse nascere dalla consapevolezza civica.
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