(di Alessandro Iacobelli) Palermo ricorda. Quella Palermo, splendida e maledetta, splendente e oscura. Il 23 maggio 1992 il suolo di Capaci esplose per mano mafiosa. Persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Il pool antimafia andava in qualche modo fermato, evidentemente. L’uccisione del mentore del gruppo Rocco Chinnici, d’altronde, fu il primo segnale. La strage di via Pipitone, il 29 luglio 1983, inaugurò la cruenta scia di sangue. “Siamo morti che camminano”, questo la frase rassegnata dei giovani giudici. Medesimo destino anche per il capo della squadra mobile Boris Giuliano che fu assassinato nel luglio 1979. Uno ad uno, in fila, uccisi senza pietà o esitazione. Senza dimenticare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1980 e tanti altri, purtroppo. Il sangue nei confronti dello Stato continuò a correre fino sostanzialmente al 19 luglio 1992 quando Via D’Amelio fu teatro dell’attentato ai danni di Paolo Borsellino.
I carnefici di tanta crudeltà? Non li abbiamo nominati volontariamente, per ora. Quel 23 maggio 1992 tutto era pianificato alla perfezione. Da Roma in aereo Falcone giunse a Punta Raisi per poi dirigersi verso Palermo in auto alla guida di una Fiat Croma bianca seguito da due volanti di scorta con un cospicuo nucleo di agenti impegnati. I boss Ganci e Ferrante monitorarono i movimenti embrionali del magistrato in zona aeroporto. Durante il viaggio lungo l’autostrada A29 La Barbera pedina in marcia il corteo conservando fittamente il contatto telefonico due uomini rilevanti nella storia: Antonino Gioé e in particolare Giovanni Brusca. Bastò spingere il bottone di un telecomando da una collinetta nei pressi dell’arteria stradale a Brusca per far saltare in aria 500 kg di tritolo.
E i mandanti? Domanda che ancora oggi non trova una risposta certa, esaustiva, definitiva. Riina, Provenzano e Messina Denaro sono nomi che in modo quasi naturale si ricollegano al lavoro di indagine svolto da Falcone. In tal senso le rivelazioni del pentito dei pentiti Tommaso Buscetta scoperchiarono in un batter d’occhio il pentolone della Mafia con minuziosa descrizione della cosiddetta Cupola divisa in precisi ruoli. In “Cose di Cosa Nostra”, opera curata idealmente a quattro mani dallo stesso Falcone e dalla giornalista francese Marcelle Padovani, la struttura verticistica dell’organizzazione criminale viene analizzata in ogni minimo dettaglio.
Nel 2024 ci ritroviamo a rievocare tale vicenda per non dimenticare, certo. Un lavoro rivolto in modo specifico ai più giovani per sensibilizzare le loro menti e i loro pensieri.