Il Tribunale penale di Roma ha condannato, in primo grado, a sei anni di carcere ciascuno l’imprenditore Valter Lozza e l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Lazio, Flaminia Tosini, per il reato di corruzione nel rilascio dell’autorizzazione della discarica di Roccasecca e non solo.
Secondo l’accusa, l’imprenditore ciociaro, proprietario della discarica Mad di Roccasecca avrebbe pagato vacanze e fatto regali di lusso (tra cui una borsa Prada da quasi 2.000 euro e un bracciale Cartier da 3.500) per ottenere le autorizzazioni necessarie alea discariche situate nella regione: sia quella già citata di Roccasecca, che quella di Civitavecchia, che quella in via di realizzazione a Monte Carnevale di Roma. Area su cui insiste una cava che sarebbe dovuta divenire un nuovo sito di smaltimento dei rifiuti derivanti dal trattamento di Rsu di Roma Capitale: la cosiddetta Malagrotta 2, poiché limitrofa alla discarica di Valle Galeria chiusa da anni. Il pm, Rosalia Affinito, al termine di una requisitoria durata circa un’ora e mezza, aveva richiesto per ciascuno degli imputati una condanna a 4 anni di carcere per i contestati rati di corruzione, concussione e turbativa. La seconda sezione penale del tribunale capitolino ha invece computato fino a sei anni di pena ciascuno. Condannate, per illecito amministrativo, anche le società proprietarie dell’area di Monte Carnevale (la Ngr Srl) e dell’area di Roccasecca (Mad Srl): dovranno pagare una sanzione di 30.900 euro ciascuna. L’inchiesta che ha portato alla condanna pronunciata ieri dai giudici era partita nel 2019. Nel 2021, inoltre, a chiusura delle indagini preliminari e proprio per questi fatti, Lozza e Tosini erano finiti anche ai domiciliari, poi revocati. L’inchiesta era stata condotta dai procuratori aggiunti di Roma, Paolo Ielo e Nunzia D’Elia. Nel mirino degli inquirenti era finita l’attenzione, ritenuta anomala, con cui la dirigente regionale si interessava e seguiva la trattativa privata tra le due società Mad e Ngr (entrambe di Lozza) per l’acquisto della cava detenuta da quest’ultima azienda e potenzialmente riconvertibile in una nuova discarica per la Capitale. Scavando, i carabinieri della tutela ambientale avevano portato alla luce quello che ritenevano un meccanismo ben collaudato per ottenere autorizzazioni e permessi per la funzionalità della discarica esistente e potenzialmente utili all’attivazione della nuova. A fronte di tali ‘permessi’ – connessi anche all’ampliamento degli impianti esistenti – l’imprenditore avrebbe elargito doni di valore e pagato vacanze alla dirigente, anche se dal processo sarebbe emerso che il ‘prezzo’ così pagato non è superiore, in tutto, ai 10.000 euro, circostanza che lascia perplessi gli avvocati della difesa. Solo dopo la lettura delle motivazioni con cui i giudici hanno ritenuto poter condannare i due, si potrà valutare l’eventuale – ma più che probabile – azione di appello contro quello che resta al momento – è bene sottolinearlo – solo un pronunciamento di primo grado. Cesidio Vano
