STORIA – Mario Francese, una penna coraggiosa fatta fuori dalla mafia

Chiaro 11
5 MIn Lettura
(di Alessandro Iacobelli) La mafia uccide. La mafia spaventa. La mafia fiuta affari. Mario Francese lo sapeva bene e da scaltro cronista del Giornale di Sicilia scriveva tutto ciò che andava scritto.

Figura di spicco del giornalismo meridionale e, di conseguenza, fortemente scomoda. Un “tipo”, Francese, che aveva conosciuto la gavetta di polvere e marciapiede. Dall’ANSA alle colonne de La Sicilia passando pure per una parentesi vissuta nel ruolo di capo ufficio stampa presso l’assessorato regionale ai lavori pubblici. Memorabili le sue descrizioni di Luciano Leggio detto “Liggio”, il boss per eccellenza della criminalità di Corleone con intenti bellicosi ed espansionistici. L’ascesa del clan sarà repentina e costringe i gerarchi della mafia vecchio stampo di Palermo ad una strenua e inutile trincea difensiva. Liggio è spalleggiato da due giovani di belle speranze che faranno carriera: Totò Riina e Bernardo Provenzano. Droga, sequestri di persona e… appalti. Luciano muove le sue pedine senza troppi patemi anche da latitante (torna in cella solo nel 1974). Sarà proprio Francese a strappare una iconica intervista a Ninetta Bagarella, sorella di Leoluca (membro del clan), sposa di Riina. Le nozze saranno celebrate da Don Agostino Coppola, nipote di Frank Coppola. Il giornalista nativo di Siracusa nel 1971 in tribunale incalza la consorte di Totò riuscendo a costruire un ampio servizio che farà letteralmente infuriare il marito. Francese però individua un’altra pista da seguire con estrema attenzione. Tra il 14 ed il 15 gennaio 1968 il Belice trema provocando vittime e distruzione. La mafia osserva, ragiona e poi agisce con sagacia imprenditoriale catapultandosi nello spazio offerto dalle ingenti risorse messe in campo per la ricostruzione. Decenni dopo, nel 1980, le medesime dinamiche permetteranno alla camorra campana di lucrare sul sisma dell’Irpinia e costeranno la vita anche al giovane cronista del Mattino Giancarlo Siani. In Sicilia l’opera più golosa è quella della diga di Garcia. Una struttura monstre che vedrà in un batter d’occhio la comparsa di imprese legate alla criminalità organizzata. Il giochino è presto fatto. Peppino Garda, vecchia volpe delle costruzioni e della mafia, acquista vasti terreni nei paraggi della futura diga liquidando tutte le proprietà immobiliari per reperire fondi. Sborsa 150 milioni di lire in collaborazione con i cugini Ignazio e Antonino Salvo, potenti esattori delle tasse a Palermo. Il giorno dell’esproprio di quelle stesse terre Don Peppino e i Salvo incasseranno miliardi su miliardi. Appalti, sub-appalti, aste: la torta è ampia. La chance di aggiudicarsi gare per la realizzazione di strade, viadotti, ponti e case è ghiotta. A questo punto Riina sferra l’attacco decisivo. In breve i suoi uomini sequestrano il nipote e successivamente la moglie di un socio di Garda. Peppino, spalle al muro, caccia 1 miliardo per la liberazione e si ritira a vita privata. I corleonesi, con le aziende amiche, si fanno largo con le buone e sovente con le cattive. Francese racconta l’intera vicenda, che diventa irrimediabilmente oscura quando nel 1977 viene assassinato il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo. Il cronista pubblica sul Giornale di Sicilia il materiale a disposizione sul losco affare, incontrando forti perplessità e precisi avvertimenti anche da parte di alcuni colleghi. Un infarto lo costringe ad un periodo di riposo forzato in casa. Francese però continua a lavorare sulle carte di una scottante inchiesta pronta a comparire in stampa. Il dossier mira a rappresentare minuziosamente la struttura verticistica di Cosa Nostra spiegando il funzionamento della “Commissione”. Nel 1979 sarà proprio Leoluca Bagarella a sparare i colpi di pistola che eliminano la penna più pericolosa per la mafia. Mario Francese muore, come forse in molto desideravano. Dovranno passare 20 anni per conoscere i mandanti dell’omicidio. I giudici condannano Totò Riina, Francesco Madonia, Michele Greco, Raffaele Ganci, Bernardo Provenzano e l’esecutore Bagarella. Nel 2002 Giuseppe Francese, uno dei figli di Mario, decide di farla finita dopo aver lottato fino all’ultimo per conoscere la verità sul delitto dell’amato padre. Troppo grande il dolore, troppo forte il peso nell’anima, nel cuore e nella mente.
Condividi questo articolo
Nessun commento