FOCUS – Carceri minorili, rapporto Antigone: “Rischio che la giustizia perda i ragazzi per strada”

Anna Ammanniti
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Nel 1988 entrò in vigore un procedimento specifico per i minorenni, il D.P.R. 448/1988, modello della giustizia minorile in Italia, che è sempre stato un vanto per il Paese.

Questo Decreto prevede espressamente che al minorenne non possono essere applicate misure cautelari personali diverse da quelle previste dallo stesso decreto, ovvero: prescrizioni in libertà, permanenza in casa, collocamento in Comunità e infine custodia cautelare presso un Istituto Penale Minorile. Il decreto del Presidente della Repubblica del 1988 mette al centro il recupero dei giovani, in un’età cruciale per il loro sviluppo, nella quale educare è preferibile al punire, ha garantito tassi di detenzione sempre molto bassi, applicazione di misure alternative alla detenzione in carcere e ottenuto un’adesione al percorso risocializzante ampio da parte dei giovani. Però dal decreto Caivano del 2023 in poi, c’è il rischio che questi quasi 40 anni di lavoro vengano cancellati. Questo quanto affermato da Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, intervenendo alla presentazione di “Prospettive minori”, VII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile. Il Decreto Caivano rappresenta una stretta dura in tema di criminalità organizzata ed elusione scolastica sul territorio. Un provvedimento stabilito dal governo Meloni per porre un freno al degrado e alla criminalità giovanile nel comune di Caivano dopo lo stupro delle due cugine di 10 e 12 anni da parte di un gruppo di minorenni. All’inizio del 2024 sono circa 500 i detenuti nelle carceri minorili italiane ed erano oltre dieci anni che non si raggiungeva una simile cifra, ciò frutto del decreto Caivano che ha esteso l’applicazione della custodia cautelare in carcere, stravolgendo l’impianto del codice di procedura penale minorile del 1988. Altra novità introdotta dal decreto Caivano è la disposizione della custodia cautelare anche per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti, con la conseguente crescita degli ingressi in IPM per reati legati alle droghe, con un aumento del 37,4% in un solo anno. Aumenti dei numeri che non trovano riscontro nell’aumento dei reati, con il dato più recente che, tra alti e bassi, è in linea con quello registrato 10 anni fa. Spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’osservatorio minori: “Sono prospettive minori quelle che oggi vediamo rispetto a due anni fa, quando pubblicammo il nostro precedente rapporto sulla giustizia minorile in Italia. Prospettive minori per il sistema, che sta rinunciando a incontrare con pienezza quei principi ispiratori sui quali è stato costruito e che hanno fatto sì che la giustizia minorile nel nostro paese divenisse un modello a livello europeo; prospettive minori per gli operatori, alcuni dei quali fanno un lavoro straordinario fuori e dentro le carceri e si ritrovano strumenti sempre più spuntati e inefficaci; e, soprattutto, prospettive minori per i ragazzi e le ragazze, che si ritrovano attorno più sbarre, fisiche e metaforiche, e meno speranze riguardo al loro futuro. Occorre riprendere la strada tracciata dai 35 anni di giustizia minorile italiana, mettere al centro il bene supremo dei ragazzi e non cadere nella tentazione punitiva verso chi commette un reato in una fase così cruciale del proprio percorso di crescita. Se non ci possiamo permettere di perdere un adulto, ancor meno ci possiamo permettere di perdere un ragazzino”. Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone sulle carceri per adulti ha sottolineato: “Con il decreto Caivano, che ha fortemente ampliato la possibilità di trasferire i ragazzi maggiorenni, che sono in IPM in quanto avevano compiuto il reato compiuto da minorenni, nelle carceri per adulti si assiste a un’ulteriore torsione del sistema, portando queste persone a doversi confrontare con tipo di detenzione più dura, limitata, in luoghi dove i loro bisogni, anche a fronte del grande sovraffollamento e quindi della scarsità di opportunità di studio, lavoro e ricreative, non vengono tenuti nel giusto peso, lasciandoli invece in un sistema che, ad oggi, produce criminalità a causa di tassi di recidiva molto alti”. Anna Ammanniti
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