(di Cesidio Vano) Quasi il 10% della popolazione residente in Italia vive in stato di povertà assoluta. Si tratta di 5,6 milioni di persone che rappresentano, per l’esattezza, il 9,7% degli italiani.
All’interno di questo ‘mondo’, si evidenziano fortissime disparità tra i cittadini italiani e i cittadini stranieri residenti in Italia. Differenze che sono cresciute enormemente nell’ultimo anno: la povertà assoluta, infatti, si mantiene infatti al di sotto della media per le famiglie di soli italiani (6,4%), mentre si attesta su livelli molto elevati tra i nuclei con soli componenti stranieri (33,2%), un dato elevato che peggiora ulteriormente se si vanno a guardare i soli stranieri con figli minori arrivando al 36,1% (a fronte del 7,8% delle famiglie di soli italiani). Finisce così che gli stranieri, pur rappresentando solo l’8,7% della popolazione residente, costituiscono il 30% dei poveri assoluti. L’analisi scaturisce dal Rapporto 2023 sulla povertà ed esclusione sociale realizzato dalla Caritas italiana e intitolato “Tutto da perdere” – nel senso che con la povertà l’Italia ha tutto da perdere – e presentato ieri a Roma in vista della Giornata Mondiale dei Poveri istituita da papa Francesco, per domenica 19 novembre. “I dati confermano – spiegano dalla Caritas – come la povertà in Italia sia un fenomeno strutturale e non più residuale come in passato. Una povertà che oggi ha sempre più i tratti dell’’ereditarietà”. Ed infatti, l’Italia è in Europa il paese in cui maggiore è la trasmissione inter-generazionale delle condizioni di vita sfavorevoli, dove, insomma, più si fatica a migliorare le condizioni di vita da cui si proviene. E va sempre peggio, se si pensa che rispetto allo scorso anno, i poveri assoluti sono aumentati da 5 milioni 316mila a 5 milioni 673mila (+357mila unità); l’incidenza percentuale è passata dal 9,1 al 9,7 e a livello di nuclei familiari, concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, sono 2 milioni 187mila le famiglie in povertà assoluta, a fronte dei 2 milioni 22mila famiglie del 2021 (+165mila nuclei). Per la prima volta, il Rapporto ha analizzato anche l’effetto della “povertà energetica”, ossia l’impossibilità di garantire un livello minimo di consumo energetico, che determina conseguenze importanti soprattutto sulle fasce sociali più fragili, e che colpisce quasi 10% della popolazione, con una tendenza all’aumento negli ultimi 10 anni e con il 9,9% delle famiglie che non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria abitazione. Altro focus è dedicato, poi, al fenomeno dei “working poor”, ossia a quelle situazioni di povertà in cui non manca il lavoro, ma il reddito non è sufficiente a una vita dignitosa. Povertà e disagio sociale coinvolgono i minori in modo particolarmente penalizzante. Secondo i dati ISTAT, nel 2022 sono 1 milione 270mila i minori che vivono in povertà assoluta (13,4% in Italia, 15,9% nel Sud). Il 7,5% dei minori vive in condizioni di grave deprivazione abitativa, con tassi di sovraffollamento che sfiorano il 50% nel caso delle famiglie mono-genitoriali. Nel 2022, la Caritas, tramite i propri centri di ascolto e servizi informatizzati (complessivamente 2.855) ha incontrato e supportato 255.957 persone. Nell’insieme i centri di ascolto e i servizi Caritas hanno supportato durante l’anno l’11,7% delle famiglie in povertà assoluta, l’1% delle famiglie residenti. Complessivamente il peso degli stranieri tra i beneficiari si attesta al 59,6%, con punte che arrivano al 68,5% e al 66,4% nel Nord-Ovest e nel Nord-Est. L’età media è 53 anni per gli italiani e 40 anni per gli stranieri. Rispetto al genere c’è una leggera prevalenza delle donne (52,1%) sugli uomini (47,9%). Secondo il rapporto Caritas tra i fattori che più tutelano rispetto al rischio di indigenza (oggi più del passato) c’è l’istruzione. Se il titolo di studio della persona di riferimento del nucleo familiare non va oltre la licenza elementare le condizioni economiche vanno aggravandosi: dal 2021 al 2022, la povertà in simili contesti è cresciuta dall’11,9% al 13% e peggiorano visibilmente anche le condizioni di coloro diplomati alla scuola media inferiore, dall’11,1% al 12,5%. Al contrario, nei nuclei dove il capofamiglia ha almeno un titolo di scuola superiore si registrano valori di incidenza molto più contenuti (4,0%) e invariati rispetto allo scorso anno. Ci sono anche dati incoraggianti. La dispersione scolastica in Italia è ancora superiore alla media europea (rispettivamente 11,5% e 9,6% nel 2022), ma è in calo rispetto agli anni passati (era il 16,8% nel 2013). Nel 2022 i giovani Neet – cioè coloro che non studiano, né lavorano né ricevono una formazione – rappresentano quasi il 20% di tutti i 15-29enni (1,7 milioni), oltre 7 punti percentuali in più della media europea (11,7%). Il dato del 2022 evidenzia tuttavia un forte calo nel numero di giovani coinvolti dal fenomeno (si torna ai livelli del 18,8% registrato nel 2007). Se si guarda alle famiglie povere nel loro insieme (in totale 2 milioni 187mila) colpisce notare come per la metà non ci sia un problema legato alla mancanza di un lavoro: il 47% dei nuclei in povertà assoluta risulta infatti avere il capofamiglia occupato. Tra le famiglie povere di soli stranieri la percentuale sale addirittura all’81,1% (tra gli italiani si attesta al 33,2%).
