Cassino – Disservizi ferroviari, Trenitalia rimedia due condanne: per ‘danno esistenziale’ e ‘lite temeraria’

Cesidio Vano
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(di Cesidio Vano) Davide contro Golia. Il piccolo pendolare contro il colosso Trenitalia. Ma alla fine, la battaglia – durata 10 anni e portata avanti per una questione di principio e per senso di giustizia – è stata vinta.

E se, nei giorni scorsi, Trenitalia è stata definitivamente condannata dalla corte di Cassazione per il ‘danno esistenziale’ causato ad una utente del servizio ferroviario, che ha vissuto una vera e propria odissea tra maltempo, nevicate, treni rotti, disservizi e mancata assistenza, lo si è dovuto alla determinazione e caparbietà della povera viaggiatrice e del suo avvocato, Mercedes Galasso, del foro di Cassino. Alla fine della giostra, Trenitalia è stata condannata anche per ‘lite temeraria’, a dimostrazione che si è andati troppo in là con il tentativo di negare e schiacciare i diritti dell’utente solo perché si è grandi e grossi, o perché, come diceva il marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un…”. Quella portata a casa dell’avvocatessa Galasso è una vittoria importante, come importante è la sentenza della Cassazione che ha confermato quanto già statuito all’inizio dal Giudice di pace di Cassino e poi dal Tribunale della Città martire. Anche perché la vicenda di cui è stata vittima la pendolare (e con lei, quel giorno, centinaia di altri viaggiatori) ha dell’incredibile. I fatti, giunti fino all’attenzione degli ermellini, risalgono al 3 febbraio del 2012. La pendolare, impiegata presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, come ogni giorno, si reca a lavoro e, preoccupata per le avverse condizioni meteorologiche (il bollettino preannunciava forti nevicate su tutto il Lazio) anticipa l’uscita dal lavoro alle ore 12, per prendere a Termini il primo treno utile per rientrare a Cassino. Il regionale 3359 sarebbe dovuto partire alle 14,40, ma non si muove sui binai prima delle 15,10. Dopo pochi chilometri, alle 16,00, si blocca alla stazione di Colle Mattia; poi ripartire e si ferma definitivamente alle ore 17,30 a di Zagarolo. Non succede più nulla fino alle 2 di notte, quando il treno viene evacuato e i passeggeri, tra cui la nostra povera viaggiatrice, già esausti passano su un altro treno, che riesce a malapena a partire: si ferma prima a Colleferro e poi in aperta campagna per un guasto. Servono altre ore d’attesa, poi finalmente arriva un altro treno che ‘spinge’ quello rotto fino a Frosinone, dove i passeggeri vengono fatti di nuovo scendere per passare sul treno che ‘spingeva’. Ma anche questo treno – manco fossimo in un film di Fantozzi – si rompe e (incredibile!) serve un’altra motrice che lo spinga! Sono passate 24 ore quando, finalmente il convoglio arriva a Cassino. Il tutto in condizioni assurde: servizi igienici e impianti di riscaldamento non funzionanti, sovraffollamento dei convogli e precarie condizioni igieniche dei treni. Nessuna assistenza da parte di Trenitalia. Nonostante tutto ciò, Trenitalia – quando la povera pendolare chiede un indennizzo e il risarcimento dei danni subiti, tramite l’avvocato Mercedes Galasso – non ci sta e non vuol riconoscere alcuna responsabilità. Il Giudice di Pace di Cassino accoglie invece le richieste della viaggiatrice. Ma Trenitalia fa appello: perde anche quello. Ma – come nella migliori delle commedie all’italiana – urla un “Non ti pago!” e va in Cassazione. Ora: qui parliamo di una causa che non vale più di 500 euro, che Trenitalia ha perso in prima e seconda istanza (la società era stata condannata a pagare 5,25 euro a titolo di indennizzo da ritardo e 400 euro a titolo di risarcimento del danno esistenziale!). Ma non vuol pagare e, soprattutto, non vuol riconoscere i propri errori. Ai giudici di Cassazione prudono le mani e si capisce che in sentenza vogliano scrivere quasi: “Ma noi qui abbiamo ben altro da fare!”. Confermano la condanna delle prime due magistrature, aggiungono le spese di lite e, soprattutto, condannano la società ferroviaria a pagare altri 1.000 euro alla pendolare per ‘lite temeraria’, perché si è agito in mala fede o per colpa grave. Chissà se la vicenda è servita ad insegnare qualcosa.
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