I giovani, in Italia, sono sempre di meno e sono lontani dal mondo del lavoro. Una situazione che sta creando molte difficoltà ad imprese e imprenditori, che guardano agli immigrati come soluzione alla crisi demografica e generazionale che tutto il Belpaese sta vivendo.
A suonare il campanello d’allarme per la ‘scomparsa’ dei giovani in Italia e la sempre maggiore difficoltà con cui riescono ad entrare nel mondo del lavoro è la Cgia di Mestre, associazione di categoria delle piccole e medie imprese, che ha condotto uno studio sul fenomeno. “Negli ultimi dieci anni è sceso di quasi un milione il numero dei giovani italiani tra i 15 e i 34 anni” scrivono gli analisti della Cgia nel report pubblicato sabato. Per l’esattezza, la diminuzione è stata di 966.938 unità. “Questa contrazione nella fascia di età più produttiva della vita lavorativa sta arrecando grosse difficoltà alle aziende italiane – si legge ancora nello studio -. Molti imprenditori, infatti, faticano ad assumere personale, non solo per lo storico problema di trovare candidati disponibili e professionalmente preparati, ma anche perché la platea degli under 34 pronta ad entrare nel mercato del lavoro si sta progressivamente riducendo. Insomma, la crisi demografica sta facendo sentire i suoi effetti e nei prossimi anni la rarefazione delle maestranze più giovani è destinata ad accentuarsi ulteriormente”. Nella regione Lazio, tra il 2013 e il 2023 la popolazione tra i 15 e i 34 anni è scesa del 7%: dieci anni fa questa fascia demografica contava una popolazione di 1.215.586 persone; nel 2019 la popolazione tra i 15 e i 34 anni era di 1.161.044 individui; oggi ne conta 1.130.718: in 10 anni si sono persi 84.868 giovani. Nella classifica redatta dalla Cgia, il Lazio si colloca alla metà (11esima regione su 19 più le due province autonome) per calo demografico della fascia in esame. Peggio di tutte fa la Sardegna, che in 10 anni ha perso il 19,9% della popolazione più giovane (-71.890 unità), mentre chiudono l’elenco con risultati persino positivi la Lombardia +0,4% (+8.040 individui); le province autonome di Bolzano (+1,3%, +1.574 persone) e Trento (1,9%, +2.126 individui) e l’Emilia-Romagna + 2,1% (18.299 giovani in più). Se, invece, si volge lo sguardo alle performance delle 5 province della nostra regione, è quella di Frosinone a riportare il risultato più preoccupante. Nei 91 comuni della Ciociaria, negli ultimi 10 anni, si sono persi 21.975 giovani tra i 15 e i 34 anni, pari al 19% della popolazione di quella fascia d’età computata nel 2013 (ovvero 115.754 persone); nel 2019 erano 102.414 individui; oggi sono meno di centomila (93.779 per l’esattezza). Male anche Viterbo e la sua provincia. Nella Tuscia il calo è stato del 14,1% (-9.558): nel 2013 la popolazione under 34 era di 68.013 individui; nel 2019 di 61.429; oggi è di 58.455 persone. Segue, nella mini classifica laziale, al terzo posto, la provincia di Rieti, che nel 2013 contava 33.551 individui tra i 15 e 34 anni; nel 2019 ne contava 30.654 ed oggi ne conta 29.535 (ha perso 4.016 unità, pari al 12,0%). Nel Pontino, il calo demografico per la fascia d’età presa in esame è stato del 9,6 per cento, con la perdita di 12.499 giovani: nel 2013 erano 130.049; nel 2019 erano 121.895; oggi sono 117.550. Infine Roma e la sua Città metropolitana, dove il fenomeno seppur presente è più attenuato: il calo demografico per la fascia tra i 15 e i 34 anni, nell’ultimo decennio, è stato 4,2%: nel 2013 i giovani contavano 868.219 individui; nel 2019 erano 844.652; oggi sono conteggiati in 831.399. A livello nazionale, anche nel caso delle province, sono quelle della Sardegna ad avere la peggio (al primo posto la provincia di Sud Sardegna con un calo del 26,9%; al secondo posto quella di Oristano -24,0%) anche se al terzo posto si piazza la – a noi vicina (rispetto alla nostra regione) -provincia di Isernia (-22,2). Meglio di tutte fanno le province di Milano, Bologna e Trieste che, tra le 10 in crescita (per la fascia demografica all’esame) fanno registrare tutte un aumento di oltre il 7%. Tra il 2023 e il 2027 – come segnalano da Cgia – il mercato del lavoro italiano richiederà circa tre milioni di addetti in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione. “A legislazione vigente, pertanto, nei prossimi 5 anni quasi il 12 per cento degli italiani lascerà definitivamente il posto di lavoro – segnalano dall’associazione di categoria – per aver raggiunto il limite di età. Con sempre meno giovani destinati a entrare nel mercato del lavoro, “rimpiazzare” una buona parte di chi scivolerà verso la quiescenza diventerà un grosso problema per tanti imprenditori”. Oltre ad esserci pochi giovani, il tasso di disoccupazione che li riguarda e l’abbandono scolastico assumono valori elevati, soprattutto nel Mezzogiorno. “Insomma, i giovani italiani sono in calo, con un livello di povertà educativa allarmante e lontani dal mondo del lavoro – sintetizzano i ricercatori -. Un responso che emerge in maniera evidente quando ci confrontiamo con gli altri paesi europei”. Davanti ad un quadro del genere, dalla Cgia suggeriscono un “patto sociale” con gli immigrati che vogliono stabilirsi in Italia. “Alla luce della denatalità in corso nel nostro Paese – spiega lo studio della Cgia -, appare evidente che per almeno i prossimi 15-20 anni dovremo ricorrere stabilmente anche all’impiego degli extracomunitari. In che modo? Per legge, a nostro avviso, dovremmo stabilire che il permesso di soggiorno, a eccezione di chi ha i requisiti per ottenere la protezione internazionale e di chi entra con già in mano un contratto di lavoro, andrebbe accordato a chi si rende disponibile a sottoscrivere un patto sociale con il nostro Paese. Il contenuto dell’accordo? Se un cittadino straniero si impegna a frequentare uno o più corsi ed entro un paio di anni impara la nostra lingua e un mestiere, al conseguimento di questi obbiettivi lo Stato italiano lo regolarizza e gli “trova” un’occupazione. Sia chiaro: è un’operazione complessa e non facile da gestire, anche perché il tema dell’immigrazione e del suo rapporto con il mondo del lavoro è molto articolato”. Efficienza della Pubblica Amministrazione e dei Centri per l’impiego permettendo. Cesidio Vano
