Regione – Via le Uscar, unità sanitarie per contrastare il Covid: plauso dei medici dello Snami

Cesidio Vano
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Cessato l’allarme pandemico, hanno chiuso nel Lazio le Uscar, ovvero le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, strutture formate e pronte per affrontare le evenienze pandemiche che in questi anni hanno garantito la capacità di intervenire nei grandi cluster come a domicilio.

Una scelta che dalla Regione, normativa alla mano, hanno detto non più rinviabile dopo la cadenza dell’ultima proroga. Venerdì scorso, sul Corriere della Sera, Stefano Marongiu, coordinatore emergenziale infermieristico delle Unità – ha definito la decisione “un’occasione persa per trarre qualcosa di positivo dalla pandemia da Covid-19 in favore di una sanità che dovrebbe virare verso un’assistenza più territoriale possibile. Dismettere una struttura formata e pronta per affrontare ogni evenienza pandemica non è una scelta di buon senso – ha aggiunto Marongiu -. Le Uscar in questi anni hanno formato 1.200 medici e 1.500 infermieri, garantito la capacità di intervenire nei grandi cluster come a domicilio. È un modello da replicare, non da mettere in garage”. Chi invece ritiene che la scelta della Regione Lazio sia stata sacrosanta, è lo Snami regionale, ovvero il sindacato autonomo dei medici che, in una nota a firma del presidente Marco Trifogli spiega: “Le Uscar erano squadre sanitarie attivate in seguito ad un provvedimento emergenziale durante il periodo Covid, e solo per far fronte temporaneamente a quella specifica situazione. Nella Regione Lazio hanno avuto peraltro un percorso attuativo difforme dal dettato nazionale e da ciò che hanno fatto le altre regioni, caratterizzandosi per un carattere accentratorio sulla città di Roma a scapito delle provincie, aspetto che per noi è stato fonte di notevoli criticità. A parte quindi i dubbi che nascono sulla efficienza delle stesse, è irragionevole l’idea della permanenza di tale strumento ad oltre un anno dalla chiusura dell’emergenza Covid. E non si può dire che tale vicenda debba trascinarsi in una sorta di “gruppo di riservisti”. Perché quello che occorre, come affermano tutte le migliori indicazioni internazionali in materia, è invece un piano pandemico/d’emergenza scientifico aggiornato, volto a fronteggiare future eventuali situazioni critiche. Strumento tramite cui impiegare in maniera precodificata il personale ed i mezzi disponibili, strumento che purtroppo precedentemente é mancato. A fronte dell’esperienza acquisita, come OS, siamo pronti alla migliore interlocuzione con la regione su questi aspetti. Perciò la Direzione Regionale Salute del Lazio bene ha fatto a non persistere con ulteriori anacronistiche proroghe prive di senso e non conformi al congruo rapporto costi/benefici, dimostrando di aver correttamente valutato tutti gli aspetti della questione. E quindi giustamente ha messo un punto finale a quella che è stata una gestione emergenziale della sanità del Lazio che si stava trascinando stancamente ed immotivatamente. Inoltre, a medio-lungo termine, per una sanità non più emergenziale, riteniamo ci sia  bisogno di un potenziamento strutturale della Medicina Generale con investimenti maggiori, in modo da migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e fragili anche nelle zone più periferiche e disagiate della regione”. Cesidio Vano
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