Quasi due milioni di euro. Tanto deve versare il Comune di Cassino all’Ato5 per le quote di depurazione riscosse dall’8 aprile 2014 al 31 dicembre 2018 e non riversate. Lo ha stabilito la Commissione straordinaria di Liquidazione che si sta occupando di definire la massa passiva del dissesto dichiarato dal Consiglio comunale della Città martire nel giugno 2018.
Per la precisione, l’organismo straordinario di liquidazione (Osl) ha ammesso un debito per 1.872.479,78 euro a fronte di una richiesta presentata dall’Autorità d’Ambito dell’Ato 5 di ben oltre 11,3 milioni di euro. La vicenda, ovviamente, è destinata a non trovare soluzione in questa fase di valutazione dei debiti ammissibili nel passivo del dissesto, sia vista la considerevole differenza tra le somme richieste e quelle ammesse, sia perché gli 11 milioni e rotti pretesi dell’Ato 5 sono stati anche inseriti nel proprio bilancio. L’Autorità d’Ambito può a questo punto impugnare la decisione dell’Osl al Tar e potrebbe comunque agire, a dissesto concluso, a carico degli eventuali responsabili del debito. La vicenda è quella, ben nota, della gestione del servizio idrico integrato nel Comune di Cassino, con una parte del territorio (la periferia) consegnata sin da subito ad Acea Ato 5 e la parte del centro storico mantenuta in gestione dal Comune fino al luglio 2017. Da subito, però, ad Acea sono stati ceduti gli impianti di depurazione. Secondo Ato5, il Comune avrebbe comunque incassato (o avrebbe dovuto incassare) dagli utenti del centro storico, con le bollette dell’acqua, anche la quota di depurazione, servizio in realtà effettuato da Acea, che – in base al meccanismo tariffario vigente – ne ha posto i costi a carico di tutti gli altri utenti dell’Ato. A conti fatti, per l’Autorità d’Ambito ci sarebbero circa 11,3 milioni di euro che il Municipio dovrebbe restituire. Soldi che non sono di Acea (perché le proprie spese di depurazione le ha inserite in tutte le altre bollette dei clienti), ma in generale dell’Ente d’Ambito, che rappresenta tutti i cittadini dell’Ato. Soldi che – secondo questa posizione – potrebbero servire per opere idriche di interesse pubblico o per l’abbattimento delle tariffe dell’acqua. Questi soldi, però, poiché il Comune ha dichiarato il dissesto, vanno chiesti anzitutto all’Organo di liquidazione, che ha esaminato il caso nei mesi scorsi e ritenuto, alla fine, possano essere ammessi nel passivo solo 1,9 milioni circa. Posizione contestata dall’Ato 5 ma ribadita anche dagli uffici finanziari del Comune, che ritengono certe, liquide ed esigibili solo le somme che, per tale voce di costo, sono state inserite nei ruoli idrici emessi dal Comune nel periodo, appunto, dall’8 aprile 2014 (consegna parziale degli impianti ad Acea) al 31 dicembre 2018 (anno del dichiarato dissesto). Per il resto si tratterebbe di somme “presunte” e quindi non ammissibili al passivo. Inoltre, la notevole differenza economica tra le due partite è anche dovuta alla differenza di tariffe con cui si fanno i calcoli: Ato 5 utilizza quelle adottate facendo riferimento ai metodi tariffari dettai dall’Authority, il Comune quelle proprie applicate dell’ente medesimo nel periodo detto. Infine, dal Comune e dalla Commissione di liquidazione ricordano anche come su tale materia esista una sentenza del Tribunale di Cassino – del 2017 e passata in giudicato – pronunciata nella causa tra lo stesso Comune e il gestore idrico Acea Ato 5, con cui si stabilisce che il Comune di Cassino non debba versare alcuna somma a titolo di servizio di depurazione e fognatura per il periodo dal 1° ottobre 2003 all’8 aprile 2014. A naso, sembra di capire che di questa vicenda sentiremo ancora parlare.
