Lazio – Covid e il business dei posti letto “in affitto”: milioni di euro, dalle tasche dei contribuenti alle cliniche private

Sara Pacitto
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Un’emergenza sanitaria e sociale quella prodotta dalla pandemia da Sars-CoV-2 che, per alcune lobby del panorama medico, si è rivelata un business considerevole.

Milioni di euro di soldi pubblici sono stati girati a strutture private, cliniche o case di cura dotate di Pronto Soccorso che, nell’urgenza dettata dal Covid, complice la difficoltà di reperire posti letto, sono state “riadattate” per poter ospitare i malati dirottati dagli ospedali. Posti letto “in affitto” da strutture private rimborsate dalla Regione Lazio, i cui criteri di scelta non sono ancora ben chiari, con esborsi di cifre sicuramente considerevoli. Per fare un esempio, l’Istituto Clinico Casalpalocco, divenuto “Covid Hospital 3” per l’area Roma Sud, già a metà marzo 2020 si era attrezzato con una disponibilità di 80 posti letto per i malati Covid, di cui 28 in terapia intensiva. L’Istituto ha ricevuto oltre 20 milioni di euro per il solo anno 2020. Se si considera che il Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, per lo stesso anno ha ottenuto un rimborso di 40 milioni di euro, dei quali 39 milioni per attività ordinarie che escludono le cure erogate per il Covid. Il documento recentemente approvato dalla direzione sanitaria della Regione Lazio conferma che, dal 2020, 25 istituti privati su 57 hanno ospitato pazienti colpiti dal virus, ovviamente non soltanto a Roma ma su tutto il territorio regionale, tra questi anche l’INI Città Bianca di Veroli. Sempre per l’anno 2020, il Gemelli ovvero il “Covid Hospital 2” ha ricevuto circa 45 milioni di euro per il trattamento di acuti in regime ordinario, terapie intensive e pazienti negativi ma trattati come positivi. Il Campus Biomedico attende 6,5 milioni di euro, l’Ospedale Israeliano 2,8 milioni di euro, il Villa Tiberia Hospital 3,5 milioni di euro e così via, la lista è lunga. Prestazioni erogate a caro prezzo per i contribuenti, quasi 128 milioni di euro solo nel 2020. Ancora non si conoscono bene i costi relativi all’anno 2021, ma ci si può già immaginare che saranno sicuramente più alti se si considera che i posti letto per Covid sono stati aumentati. Ci si chiede quanto sarebbe costato un nuovo ospedale pubblico, aperto a tutti, come anche ci si pone l’interrogativo sull’eventualità che potesse essere meno dispendiosa una riprogrammazione della sanità territoriale, con assunzione di nuovo personale negli ospedali pubblici o l’impiego degli specializzandi per i codici minori, come anzitempo suggerito da alcune prestigiose istituzioni del settore tra cui SIMEU Lazio, Società Italiana della Medicina di Emergenza-Urgenza, e Cittadinanzattiva. Per l’anno 2022, lo scorso 25 gennaio è stata firmata una determina regionale con successivo accordo formalizzato tra le aziende ospedaliere e le case di cura del Lazio: il documento precisa che sono oggetto di trasferimento, entro le 48 ore successive alla richiesta, i pazienti negativi provenienti da Medicina interna, Gastroenterologia, Neurologia, Cardiologia, Pneumologia, Geriatria e Medicina d’urgenza. Inoltre, nel testo della determina si specifica che in caso di emergenza “il soccorso extra-ospedaliero Ares 118 trasferirà il paziente nell’ospedale di provenienza”… praticamente il malato tornerà da dove era partito, per cui sarà necessario pregare il buon Dio che non sorgano complicazioni. Questo significa che la stessa Regione Lazio mette in dubbio le competenze professionali delle strutture private? Più che la degenza di un ricoverato sembra si stia trattando il soggiorno di un turista, ma la cosa più assurda è che il pubblico non ce la fa a rispondere alle esigenze dei fruitori per cui fa ricorso al privato…a spese del pubblico. Sembrerebbe una mega supercazzola. E la modalità non è nuova, non è dovuta alla pandemia da Covid. Sono oltre 7 anni che “si lavora” in tal modo, che la Regione Lazio avalla questo tipo di intesa tra sanità pubblica e privata: il primo accordo è stato sottoscritto nel 2014. Sara Pacitto
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