Cassino – Omicidio Mollicone, la testimonianza-chiave del maresciallo Evangelista

Angela Nicoletti
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“Con l’assoluzione di Carmine Belli in Appello avvenuta nel 2006 in caserma il clima è cambiato e sembravano tutti impazziti. Il brigadiere Santino Tuzi e l’appuntato Francesco Suprano non si guardavano più in faccia ed il clima era teso. Entrambi erano continuamente in malattia. Questo ha iniziato ad insospettirmi ed ho voluto approfondire alcune voci che giravano in paese: la nuova indagine sull’omicidio di Serena Mollicone è iniziata così, in sordina, piano piano, senza clamore perchè nemmeno io potevo credere a quanto si vociferava in paese e cioè che quella ragazza fosse stata uccisa in caserma”. A dare una volta al processo per l’omicidio di Serena Mollicone è stato il maresciallo dei Carabinieri, Gaetano Evangelista, il militare che ha indagato sui colleghi della stazione di Arce e che dopo 17 anni è riuscito a dare un nome ed un volto ai presunti assassini di Serena Mollicone.

Il sottufficiale fino a pomeriggio inoltrato di venerdì 1 ottobre, e per oltre cinque ore, ha raccontato al presidente ed ai giudici della Corte d’Assise del tribunale di Cassino come sia riuscito a ricostruire uno dei ‘gialli’ più complicati che la storia della cronaca nera italiana possa conoscere. Un’udienza che ha fatto emergere un contesto sociale difficile omertoso che lo stesso militare ha fatto fatica a descrivere. “Marco Mottola era socialmente pericoloso. La sua personalità sono riuscito a ricostruirla attraverso le dichiarazioni di alcuni carabinieri in servizio nella caserma di Arce. La ricostruzione fatta attraverso le testimonianze agli atti che parlano di incontri, soprattutto di domenica pomeriggio quando il maresciallo Franco e la moglie tornavano a Teano dai parenti, organizzati nell’alloggio di servizio e durante i quali si faceva uso di droga. Testimonianze che parlano anche di atti di vandalismo, telefonate di scherno agli insegnanti e ricettazione di oggetti rubati”. “Nei primi due anni di servizio ad Arce (dal 2004 al 2006 ndr) non c’è stato nulla che potesse insospettirmi. I miei militari erano gli stessi in servizio nel 2001 quando la povera Serena è stata uccisa. Santino Tuzi e Francesco Suprano erano i carabinieri più attivi ed in 24 mesi abbiamo dato un segnale importante al paese che da tempo aveva perso fiducia nell’Arma dei Carabinieri”. Evangelista descrive come, nelle settimane successive al suo arrivo in caserma, nel corso di un’ispezione abbia notato una porta rotta all’interno di un appartamento a ‘trattativa privata’ e quindi in uso a tutto il personale. Alla richiesta di come si fosse danneggiata la porta gli viene risposto dall’appuntato Suprano ‘l’ha rotta Marco Mottola mentre discuteva con il padre’. “Quelle parole nel 2004 non mi hanno insospettito ma poi, nel 2006, quando Carmine Belli è stato assolto anche in Corte d’Appello, il clima in caserma è improvvisamente cambiato. Tuzi e Suprano non si parlavano quasi più e continuamente erano in malattia – ha specificato il maresciallo Evangelista – come se avessero paura l’uno dell’altro, come se non si fidassero l’uno dell’altro e per questo ho deciso di iniziare un’attività di verifica che mi ha portato a vergare la prima informativa consegnata nel 2007”. Da quel documento partono le denunce a suo carico da parte di Tuzi e Suprano che hanno come fine ultimo il suo trasferimento. Invece ad essere spostati saranno loro due. “Tuzi era un uomo umile, preparato e buon ma succube di Suprano. Avevo capito che portava dentro di se peso e che lo tormentava. Per questo ho provato a parlargli ma senza riuscirci”. La svolta arriva con il rinvenimento della porta rotta nell’alloggio di Suprano. “L’appuntato non è riuscito a dare una spiegazione al motivo per cui la porta rotta situata nell’appartamento a ‘trattativa privata’ fosse finita nella sua abitazione. Sapevo che tutto ruotava attorno a quel danneggiamento ma non avevo le prove. Poi è arrivata la richiesta di interrogatorio da parte del magistrato Maria Perna e lì la situazione è diventa ancor più complicata. Però nel corso del suo interrogatorio Santino Tuzi, che ribadisco era un uomo umile e buono, ha detto la verità: la mattina del 1° giugno ha visto entrare Serena Mollicone in caserma e descrive perfettamente come fosse vestita. Unica cosa che non è riuscito a vedere sono state le scarpe perchè lui si trovava in guardiola”. Il teste ha parole di rammarico verso la sorte destinata al povero Carmine Belli. “Una persona umile, dignitosa che ad Arce conoscevano tutti e che mai avrebbe potuto fare del male a qualcuno e che sabato due giugno, da cittadino rispettoso, ha deciso di informare i carabinieri di aver visto Serena Mollicone litigare con un giovane al bar delle Chioppetelle. Descrive perfettamente la ragazza, l’abbigliamento indossato e la macchina del giovane che era con lei: la Lancia Y 10 bianca. La testimonianza di Belli, raccolta da Mottola, è stata però usata contro di lui”.
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