Roma – Un sito web con consigli per suicidarsi, spiega il sociologo Marino D’Amore

Anna Ammanniti
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Lo Circa un mese fa due 18enni si sono tolti la vita in hotel a Roma. Dal tragico evento è emersa l’esistenza di un sito internet che ospitava una community con oltre 17mila iscritti in tutto il mondo, tra cui anche giovani italiani, in cui si istigava al suicidio.

Dal sito internet, prontamente oscurato dalla Polizia, gli iscritti ricevevano le istruzioni, per togliersi la vita tramite l’assunzione di un preparato velenoso a base di salnitro, sostanza in commercio utilizzata per la conservazione degli alimenti. La terribile vicenda porta alla luce l’enorme disagio che avvolge nel buio troppi giovani. Abbiamo parlato della questione con il sociologo e criminologo, Marino D’Amore, docente all’Università Niccolò Cusano.  – Cosa sta succedendo a questi giovani? Perché tutto questo desiderio da parte dei giovani di rinunciare al prezioso dono della vita? In queste situazioni l’errore che si compie più spesso riguarda il condannare la Rete e demonizzare ogni sua manifestazione. Questo non solo è sbagliato concettualmente, ma anche controproducente nella risoluzione del problema. In primo luogo eventi così drammatici attestano il fatto che le giovani generazioni effettivamente vivono esistenze che le figure genitoriali, a volte, non conoscono e, in questo modo, attivano percorsi di socializzazione del tutto personali in un’ottica autodidattica con tutte le criticità del caso. Quindi, in presenza di situazioni psicologiche già delicate e in una fase complessa come quella della crescita, la costruzione dell’identità diventa un percorso impervio da affrontare da soli insieme a tutte le difficoltà che si possono presentare e che vengono metabolizzate da ogni individuo in modo diverso. A volte il sentirsi esclusi o percepirsi inadeguati conduce alla depressione che è la drammatica anticamera di episodi drammatici come quelli che, purtroppo, raccontiamo. – Dove sta sbagliando la famiglia e la società? Colpevolizzare la famiglia è riduttivo, sicuramente questa microsocietà, nel tempo, ha cambiato i propri connotati, si è declinata in diverse forme, a volte perdendo autorevolezza e possibilità di dialogo tra i propri componenti, ma, molto spesso, oggi è priva degli strumenti interpretativi per cogliere e percepire la presenza di rischi del genere, proprio per la mancanza di un concreto scambio comunicativo e della definizione di ruoli precisi. Elementi, questi, che favoriscono il sorgere di un forte distacco per generazioni, che in grandi momenti di cambiamento, sociale e tecnologico, come quello attuale viaggiano a velocità molto diverse che neutralizzano la possibilità del confronto. – Cosa possiamo fare per aiutare questi giovani? Purtroppo abbiamo notizia di episodi del genere ciclicamente: Blue Whale, Jonathan Galindo, le blackout challenge solo per citarne alcuni; fortunatamente la polizia postale fa un grande lavoro, preventivo e sanzionatorio, in questo ambito, tuttavia il problema va affrontato alla base, analizzando, anche attraverso contributi di tipo clinico, circostanze e motivazioni che inducono a tali comportamenti. In uno scenario del genere è necessario ripristinare quell’incontro tra generazioni che in passato conducevano esistenze complementari, mentre oggi virano verso la frammentazione e la divisione. In tal senso l’uso delle nuove tecnologie viene visto come un elemento che catalizza quella stessa divisione, ma non è così. L’ obiettivo deve essere costruire concretamente un processo di educazione culturale che tenda a stimolare l’incontro tra generazioni, un incontro in cui quelle dei genitori mettano a disposizione la propria competenza sociale da declinare all’interno di quella tecnica portata dai figli, sia in ambito digitale sia in quello strettamente reale, in una quotidianità in cui ognuno dei due rappresenta la continuazione dell’altro e la cui compresenza ne rappresenta una parte integrante e centrale. Anna Ammanniti  
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