(di Anna Ammanniti) “Abbatti l’abuso” è il dossier 2021 di Legambiente sull’abusivismo edilizio. Dall’indagine dell’associazione è emerso che in Italia tra costruzioni ex novo e ampliamenti significativi, l’abusivismo edilizio ogni anno produce più di 20 mila case. Di contro l’indagine del dossier “Abusivo chi?” del comitato Incasanati parla di almeno 40 mila immobili costruiti all’anno senza permesso.

Quando sul territorio viene realizzato un intervento in assenza o in difformità di una preventiva autorizzazione, quale può essere un permesso di costruire, o una denuncia di inizio attività, oppure quando i volumi della costruzione vanno ben oltre i limiti indicati nel progetto, si ha un abuso edilizio. Il problema non finisce qui se parliamo pure di “mattone illegale”, legato per l’appunto al
mercato illecito del cemento, lo sfruttamento delle cave, le speculazioni immobiliari, tutti fenomeni nelle mani della criminalità organizzata. Il ciclo illegale del cemento raggiunge in assoluto i valori più elevati nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, ossia Campania, Calabria, Sicilia e Puglia e anche nel Lazio. L’abusivismo edilizio nei paesi del Sud Italia ha compromesso duramente il territorio, devastando aree enormi in particolare lungo la costa, le case illegali non vengono abbattute.
Con l’abuso edilizio oltre ad incorrere in guai giuridici, si creano conseguenze ben più gravi a livello di sicurezza. Alcuni atteggiamenti, purtroppo tanto in uso nella nostra bella Penisola, hanno contribuito, con la complicità delle sollecitazioni sismiche, a far aumentare il numero di crolli di diversi edifici.
È una cattiva abitudine quella di modificare dimensioni, posizione e materiali di strutture portanti interne alle proprie abitazioni. L’Italia è uno dei primi paesi al mondo per
edilizia abusiva e per consumo di suolo. Non è certamente un primato di cui andare fieri, si costruisce dappertutto, anche in aree dove non si dovrebbe e senza il necessario permesso. Le conseguenze legate alla scellerata edilizia abusiva sono diventate sempre più pericolose per effetto dei cambiamenti climatici. La cementificazione altera la bellezza del paesaggio e soprattutto rende tutti più vulnerabili nei confronti dell’inquinamento e degli eventi atmosferici, soprattutto di quelli più estremi. Scarseggiano i terreni per assorbire e per far defluire l’acqua, dove le piante potrebbero crescere e fare da argine alle frane e agli smottamenti c’è il cemento, niente piante e niente trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno, necessario per ridurre l’inquinamento, tutto questo a causa delle
costruzioni selvagge. Dopo i violenti temporali non si smaltisce più l’eccessiva quantità di pioggia e si creano inondazioni. Abitazioni costruite in zone non adatte o troppo vicine alla costa subiscono allagamenti, mettendo a rischio molte vite umane. Paradossalmente in Italia troviamo addirittura case costruite sui letti di fiumi apparentemente secchi, ma si sa, il corso dell’acqua è imprevedibile. Per cambiare e impedire altri danni ambientali va sicuramente incentivata la riqualificazione immobiliare.
Dall’indagine di Legambiente è emerso che l’Italia è spaccata in due. Al Nord l’irregolarità edilizia è costituita in larga parte da piccoli abusi, si fanno i controlli, si sanziona l’abuso e si demolisce. Al Sud, dove esistono luoghi in cui ci sono più case abusive che famiglie, avviene il contrario, salvo rare eccezioni. Il dato secco è che, stando ai numeri forniti dagli uffici tecnici dei Comuni, dal 2004 al 2020
è stato abbattuto solo il 32,9% degli immobili colpiti da un provvedimento amministrativo, con profonde ed evidenti differenze, appunto, tra Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte e regioni come la Campania, la Sicilia, la Puglia e la Calabria, quelle più segnate dalla presenza mafiosa e dove non a caso si concentra il 43,4% degli illeciti nel ciclo del cemento registrati in Italia nel 2019. In queste quattro regioni sono state emesse 14.485 ordinanze di demolizione e ne sono state eseguite appena 2.517, pari al 17,4%.

Emerge che cinque volte su sei l’abusivo ha la quasi matematica certezza di farla franca.
Può andargli ancora meglio se l’immobile è stato realizzato lungo le coste. Se infatti si considerano solo i comuni litoranei, la percentuale nazionale di abbattimenti scende a 24,3%. Un quadro che conferma pienamente la necessità di avocare allo Stato il compito di riportare la legalità dove le amministrazioni locali non sono riuscite a farlo per decenni. Su proposta di Legambiente, lo scorso anno è stata approvata una norma che assegna alle prefetture, la responsabilità di demolire stante l’inerzia prolungata dei Comuni. Una modifica normativa voluta per sanare una piaga che da troppo tempo segna la Penisola, eredità pesantissima degli anni settanta, ottanta e novanta del secolo scorso, frutto dell’avidità, della scelleratezza e del disprezzo per le leggi di chi si è costruito la casa abusiva e dell’irresponsabilità di una classe politica deliberatamente complice di condotte criminali al solo scopo di guadagnare consenso elettorale in cambio di un sostanziale laissez faire. Purtroppo, dopo solo pochi mesi, ha fatto la sua comparsa una circolare interpretativa della legge inviata a tutte le prefetture dal Ministero dell’Interno che ha di fatto cancellato l’efficacia della norma, restringendo l’ambito d’azione dei prefetti ai soli abusi edilizi accertati dopo l’entrata in vigore della legge ed escludendo tutte le ordinanze su cui sia pendente un ricorso per via amministrativa. Applicando le disposizioni della circolare ministeriale, decine di migliaia di manufatti illegali sono destinati a rimanere esattamente dove sono, com’è successo finora.
Tornando al dossier
“Abbatti l’abuso”, Legambiente ha inviato un questionario a tutti i 7.909 comuni d’Italia, ottenendo un tasso di risposta, calcolando soltanto quelle complete e corrette, del 23% (1.819 su 7.909) per una popolazione equivalente di 15.571.472 abitanti. Un valore che restituisce la misura della “trasparenza”, ossia della capacità della pubblica amministrazione di fornire in tempi ragionevoli informazioni attraverso l’iter dell’accesso ai dati, considerando anche che, specialmente nei Comuni più grandi, così come nei Comuni più esposti al fenomeno dell’abusivismo, purtroppo si tratta spesso di informazioni non facilmente collezionabili e non informatizzate. Per quel che riguarda
la trasparenza della pubblica amministrazione vince la Provincia autonoma di Bolzano, dove il 55,2% dei Comuni ha fornito i dati richiesti. Segue la Valle d’Aosta, con il 40,5% dei Comuni, l’Emilia Romagna, con il 36,6%, e il Friuli Venezia Giulia, con il 34,4%. Sopra il 25% l’Umbria, il Veneto, la Toscana, il Piemonte, la Lombardia e la Liguria. Sotto tutte le altre regioni. Maglia nera alla Calabria, dove rispondono solo 15 comuni su 404 (il 3,7%). La provincia di Ravenna è la più virtuosa, con il 66,7% dei Comuni che hanno risposto alla nostra richiesta di dati. Quella di Crotone è la peggiore con un risultato pari a 0, preceduta da Vibo Valentia (2%), Reggio Calabria (2,1%), Catanzaro e Caserta (3,8%). La prima provincia del Sud è quella di Trapani, al 25esimo posto, con un tasso di risposta del 25%.
Non pervenute le risposte di alcune delle città capoluogo tra le più colpite dall’abusivismo cronico come Napoli, Caserta, Palermo, Catania, Agrigento, Roma, Reggio Calabria, Bari. Entrando nel merito dei quesiti, quello principale, relativo al rapporto tra ordinanze e demolizioni eseguite, restituisce un quadro abbastanza chiaro. Il dato nazionale, sulla base delle risposte utili dei Comuni, è del 32,9% ed è “trainato” dall’attività degli enti locali delle regioni del Centro Nord. Veneto e Friuli Venezia Giulia (che superano il 60%), Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano, Lombardia, Piemonte, Liguria e Toscana sono le regioni che dichiarano di aver demolito almeno il 40% degli immobili o degli interventi abusivi colpiti da ordinanza di abbattimento. In fondo alla classifica, si piazza la Puglia con un misero 4%, preceduta dalla Calabria (11,2%), dalla Campania (19,6%), dalla Sicilia (20,9%) e dal Lazio (22,6%).

Siamo di fronte a un’inequivocabile conferma dell’impatto sul territorio del “mattone illegale”, perché si tratta di un dato perfettamente allineato a quello elaborato sui numeri delle forze dell’ordine nel Rapporto Ecomafia 2020, che indica proprio nelle regioni del Sud e nel Lazio quelle con il più alto numero di reati legati al ciclo del cemento. Nel questionario inviato ai Comuni, è stato chiesto anche di indicare il numero di pratiche inevase inviate alle prefetture sulla base della legge 120/2020. In Sicilia, tra le regioni leader per abusivismo e per mancate demolizioni, i Comuni che hanno risposto al questionario di Legambiente hanno già trasmesso ai prefetti il 12,7% delle proprie ordinanze non eseguite e ben il 48,6% del totale nazionale delle pratiche trasmesse ai prefetti, ossia 454 su 935. Le province che hanno applicato la nuova norma in modo più significativo sono quelle di Agrigento, Nuoro, Palermo, Siracusa, Roma e Trapani.
Nel dossier “
Abusivo chi?” il comitato
Incasanati fa notare non solo il problema dell’abusivismo, ma conteggia anche quanti edifici rischiano la demolizione. Secondo i dati Istat la stima è di
3 milioni di km cubi il volume delle macerie prodotte dalle demolizioni, 288 miliardi di euro è il debito che dovranno contrarre le amministrazioni locali per demolire e 27 milioni di italiani si troveranno senza casa. “I numeri pubblicati nel dossier “Abbatti l’Abuso 2021” sono terribilmente sottodimensionati e non trovano riscontro nella realtà che vediamo intorno a noi.” Questo è ciò che afferma Incasanati, comitato per la difesa dei diritti naturali. Le stime prodotte da Incasanati, che ha pubblicato il contro-dossier “Abusivo chi?!”, dimostrano che c’è qualcosa che non quadra nei dati diffusi da Legambiente. “Sicuramente l’errore di Legambiente è dovuto alla scarsa partecipazione al sondaggio che hanno organizzato: non vogliamo credere ci sia la volontà di minimizzare il fenomeno” dichiara Valeria Vitolo, presidente di Incasanati “Lo vediamo nelle strade delle nostre città che quei numeri sono troppo bassi per essere veritieri”. “Le stime che abbiamo prodotto con Abusivo Chi?! sono volutamente ridotte di 1/4 e lo diciamo chiaramente. Ma i numeri che abbiamo elaborato noi di Incasanati sono almeno 10 volte superiori a quelli di Legambiente” continua Vitolo “Nel 2003 sono stati
costruiti 40 mila immobili senza permesso, il 4,6% del totale delle nuove costruzioni di quell’anno. Sappiamo che il settore edile ha subito un’impennata dal 2012 in poi e che l’incidenza media annuale dal 2004 al 2020 è stata del 19,6%, come si può pensare che in Italia esistano meno di 60 mila edifici da demolire?”

Spiega Cristina Milani, presidente di Equi Diritti Lazio “Ci domandiamo se Legambiente stia barando con i numeri per spingere una battaglia demagogica ed insensata sulle demolizioni?” Nella Regione Lazio sono stimati esser stati commessi 39.636 reati edilizi negli ultimi 4 anni, coprendo una superficie di 4.756 kmq, il 3,6% dell’intera regione. I comuni dovranno indebitarsi mediamente di 10.485.000€ per demolire questi edifici difformi e trovare un alloggio alternativo per i 35.672 abitanti che perderanno la loro casa. Le regioni a più alta incidenza sono sicuramente quelle del Sud Italia, ma resta il fatto che nelle virtuose regioni del nord, come la Lombardia dove il 99% dei comuni ha uno strumento urbanistico adeguato, il numero di reati edilizi supera le decine di migliaia ogni anno. I dati dimostrano che il fenomeno è diffuso su tutto il territorio nazionale e perciò va affrontato immediatamente dal governo. “Se tutti gli abusi edilizi fossero concentrati a Bolzano, il dissesto finanziario e il danno ambientale derivante dalle demolizioni impatteranno sull’intero Paese” conclude Vitolo “Basta pensare sia un problema solo del Sud. Qui o si fa qualcosa o il Paese affogherà nelle macerie!” Il Rapporto Ecomafia stilato da Legambiente dipinge un’Italia che stenta a seguire le regole: dal 1982 al 2002 il numero di costruzioni senza titolo si attesta mediamente intorno alle 40 mila unità all’anno. È interessante notare come l’attività illecita non è
direttamente collegata all’emanazione di leggi speciali di condono: le leggi favoriscono il ritorno alla legalità e l’emersione del sommerso attraverso l’autodenuncia presso le amministrazioni comunali degli immobili “fantasma”.
Mentre le regioni del Nord (Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) sono quasi
totalmente in regola con le vigenti normative urbanistiche, nel resto del paese sono ancora in vigore i vecchi Piani di Fabbricazione risalenti al 1942 o, nei comuni in cui è stato redatto un Piano Regolatore Generale, lo strumento urbanistico è ancora in fase di elaborazione. Sono emblematici i casi del
Molise e della
Calabria con il numero più elevato di comuni sprovvisti di piani territoriali conformi, mentre la Campania e la Toscana sono le due regioni con il più elevato numero di pianificazioni ancora i
n fase di elaborazione. Le regioni con la più alta percentuale di comuni virtuosi: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna. Non è stato possibile reperire i dati di Veneto e Trentino-Alto Adige. Dalla comparazione dei dati risulta evidente che dove non ci sono strumenti urbanistici adeguati, l’incidenza del fenomeno di edificazione senza titolo è più probabile. Però questo non può essere la sola penuria di strumenti urbanistici a determinare la diffusione dell’abusivismo edilizio.
Deve esserci una necessità importante per spingere una persona a commettere un illecito alto almeno 3 metri, quindi è necessario analizzare i dati sulla densità, quantità e qualità abitativa sul territorio nazionale. Nelle regioni a maggior vocazione turistica il numero delle abitazioni non occupate è pericolosamente elevato, si tratta indubbiamente di appartamenti sfitti adibiti a case vacanza, sottratti alle esigenze abitative dei meno fortunati. In regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, il Trentino Alto Adige, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio e la Sicilia, il numero di abitazioni presenti sul territorio
è superiore al numero di abitanti, significando una densità abitativa minore rispetto alle altre regioni della penisola e quindi una minore necessità di nuovi spazi abitativi. In Campania e nel Lazio la densità abitativa è doppia rispetto alla media italiana, nonostante il numero di abitazioni sia elevato. Il numero di violazioni edilizie riscontrate dal 2006 al 2013 è stato pressoché lo stesso lungo tutto lo stivale, appare assurdo che nel 2008 Nord e Sud Italia abbiano visto sorgere lo stesso numero di immobili sprovvisti di titolo quando in regioni virtuose come la Lombardia o il Friuli o la Toscana i piani urbanistici permettano a tutti i cittadini di seguire le regole. Ancora più interessante è il dato sul numero di procedimenti penali avviati nello stesso periodo ad opera di denunce di vicini di casa. Mentre nell’omertoso Sud il numero di denunciati in rapporto agli illeciti schizza alle stelle, nel limpido Nord nessuno pare accorgersi quando una betoniera passa per le strade del paese.

“Quanti sono gli
edifici difformi sul territorio nazionale? Fino al 2016, anno di pubblicazione del rapporto Condono Edilizio di Sogeea, erano presenti
5 milioni di immobili a rischio demolizione per richieste di condono pendenti. Nel 2003 sono stati riscontrati 40 mila illeciti edilizi con un’incidenza del fenomeno del 4,6% (BES 2004). Dal 2004 al 2019 il tasso di incidenza del fenomeno è stato mediamente del 19,6%, con un numero di nuovi immobili sprovvisti di titolo di circa
170.435 all’anno. È possibile calcolare che dall’ultimo condono emanato dallo Stato ad oggi siano stati edificati altri
3.067.830 immobili senza titolo, coprendo una
superficie di quasi 368.139,6 kmq. Dai dati ottenuti si deduce facilmente il numero di persone che perderanno la casa, calcolando che in media il 30% del costruito è riservato a fabbricati residenziali e che l’ISTAT ha calcolato che in ogni unità abitativa vivono 3 persone. Lasciamo a voi calcolare quanto dovrà investire ogni Comune per dare un tetto agli sfollati.”
Anna Ammanniti