Femminicio, identikit dell’aguzzino

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La giornata della donna, senza voler essere retorici, dovrebbe essere celebrata ogni giorno dell’anno in quanto il ruolo che essa riveste, nell’ambito sociale e familiare è davvero notevole e sicuramente incontestabile. La donna riesce a coniugare lavoro e attività professionale in modo quasi naturale proprio perché da secoli è stata abituata a risolvere mille problemi contemporaneamente, ma a quanto pare tutto ciò non basta, non è sufficientemente apprezzato dal sesso maschile che talvolta vive uno strisciante senso di <inferiorità>.La frustrazione, è notorio, genera aggressività e laddove non esiste un intelligente e civile contraddittorio, scatta l’aggressione fisica. Stiamo parlando di femminicidio.

NO_VIOLENZA

Femminicidio, una parola che in questo periodo ricorre molto spesso. Ma si può morire per amore? Lo abbiamo chiesto al dr. Ferdinando Ferrauti , dirigente del Dipartimento 3D dell’Asl di Frosinone. Allo specialista abbiamo chiesto di tracciare un identikit del “mostro“. “Sicuramente – ha detto Ferrauti- è un uomo con problemi sessuali, alienato e frustrato. Madre della frustrazione e dell’alienazione è il disagio che si trasforma in patologie psichiche, in forme aggressive nei confronti del soggetto più debole e più vicino: la donna”.
La psicoterapeuta dottoressa Rita Caponera incalza: “l’aguzzino è un insicuro, una persona fragile nel suo ruolo di uomo. Proprio come reazione a questa percezione di sé, utilizza la violenza sia fisica (calci e pugni) che psicologica (insulti e umiliazioni). Spesso è un uomo che ha subito abusi e violenze durante l’infanzia o comunque è stato precocemente esposto ad un contesto in cui la violenza era la principale forma di comunicazione”.
Ma come ci si può difendere dall’uomo-padrone? Quali sono i campanelli d’allarme, i segnali che dovrebbero far capire all’altra metà del cielo che ci si trova davanti ad un soggetto psicopatico? “Il primo è l’aggressività – ha proseguito il dirigente del dipartimento 3D – o l’aggressività nei confronti solo delle donne, e poi gli scoppi d’ira e atteggiamenti violenti. Ci sono classi d’età dove c’è più alta concentrazione di aggressività: dai 13 ai 20 (in questa fascia si forma il branco) e dai 30 ai 40 anni. Tra i 20 e i 30 ci sono ancora aspettative di successo e quindi l’aggressività diminuisce”.
“Dopo una prima fase – dice la dottoressa Caponera – in cui il soggetto si mostra come uomo perfetto con il quale vivere una storia d’amore, egli inizia a voler esercitare un controllo totale sulla vita della donna, limitando la sua libertà allontanandola dagli amici e persino dal lavoro”.
Ma perchè non si riesce a prendere le distanze da chi la sta distruggendo? “La donna non reagisce – ha proseguito Ferrauti – perché ha paura delle conseguenze. In questi casi le reti sociali (centri antiviolenza, parrocchie, forze dell’ordine) dovrebbero farle da scudo”.

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“Sono diverse – dice la psicoterapeuta Caponera – le ragioni che spingono la donna a non allontanarsi dall’uomo violento. Può essa stessa aver vissuto situazioni infantili in cui la madre veniva maltrattata, può avere un disturbo della personalità. Bassa autostima e autocolpevolezza giocano un ruolo importante”.
Un consiglio a tutte le donne….
“Non tenersi nulla dentro – dice Ferrauti – le cose non si risolvono da sole. Un uomo che ha consapevolezza dei suoi problemi, per amore si fa curare, per amore non ammazza”
Marina Mingarelli

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