(di Anna Ammanniti) I casi di contagio al Covid in Italia sono in aumento, oggi sono 20.500 i nuovi positivi. Nelle regioni italiane molti focolai sono dovuti alle nuove varianti. Inoltre si sta verificando una diminuzione dell’età mediana dei contagiati, ed è questo un dato che inizia a essere importante.

Iniziano ad essere frequenti
cluster all’interno delle scuole e questo, a detta degli esperti, potrebbe essere una conseguenza della diffusione di varianti che infettano di più i bambini. Le principali varianti che preoccupano l’Italia sono tre:
quella inglese, brasiliana e sudafricana. Il 30% delle nuove infezioni sarebbero imputabili alla variante inglese, le altre due varianti seppur presenti sembrerebbero meno diffuse. Il Sars-CoV-2 è un Coronavirus a RNA caratterizzato dalla capacità di replicarsi e cambiare nel tempo per meglio adattarsi alla genetica dell’uomo. Queste mutazioni, variazioni del virus originale, permettono al virus di aggirare le difese della risposta immunitaria. Ad oggi le varianti del Covid in tutto il mondo sono circa un centinaio. La
variante inglese è la mutazione più significativa, è stata identificata lo scorso dicembre nel Regno unito ed è la più diffusa in Europa. Secondo gli esperti questo tipo di variante del Covid ha una maggiore capacità di trasmettersi da uomo a uomo, il virus più contagioso dal 30% al 50% rispetto ad altre varianti circolanti (come quella brasiliana o sudafricana), e potrebbe avere una mortalità superiore dal 30% al 70%. Dallo studio è emerso che le persone che in precedenza erano a basso rischio di contrarre il Covid-19, in particolare le
giovani donne in salute,adesso sono facilmente vittime dell’infezione anche con necessità di ricovero. Gli ultimi dati, infatti, dimostrano che rispetto ad una prevalenza di uomini ospedalizzati nella prima ondata, adesso la percentuale è del 50%. Sono in corso studi aggiuntivi per valutare un’eventuale maggiore gravità della malattia. La
variante sudafricana identificata sempre a dicembre 2020 è la più diffusa nel Sud Africa. Anche questa variante è caratterizzata da una
maggiore trasmissibilità seppur inferiore a quella della variante inglese, mentre non è ancora chiaro se provochi differenze nella gravità della malattia.

La
variante brasiliana si è diffusa in Brasile nel gennaio 2021, ma la sua presenza è stata segnalata già precedentemente in Giappone e Corea del Sud. Gli studi hanno dimostrato
una potenziale maggiore trasmissibilità, ma al momento non sembra determinare una maggiore gravità della malattia. La situazione epidemiologica delle varianti è ben monitorata con i tradizionali test diagnostici e i primi studi sembrano indicare che i vaccini ad oggi disponibili mantengano una buona efficacia verso le forme gravi di malattia. Per limitare la diffusione delle varianti in Italia occorre rafforzare la sorveglianza delle varianti nei laboratori; fornire indicazioni per la gestione dei contatti dei casi Covid-19 per infezione da variante; limitare gli ingressi in Italia dei viaggiatori provenienti dai paesi più colpiti dalle varianti; disporre misure di contenimento (zone rosse e arancioni rafforzate) nelle aree più colpite dalle varianti, anche ristrette a livello comunale. I
sintomi della variante inglese sono brividi, perdita di appetito, mal di testa e dolori muscolari. Secondo una recente indagine condotta all’inizio di febbraio dall’Istituto Superiore di Sanitàcon il Ministero della Salute,
la diffusione della variante inglese in Italia sarebbe già presente nell’88% delle regioni e la causa è imputabile alla sua elevata trasmissibilità. In Italia si sono sviluppati alcuni cluster locali soprattutto in
Abruzzo (oltre il 65% di prevalenza sul totale dei positivi) ma anche in
Lombardia (nel 30% dei casi), in
Campania (nel 25%),
Veneto (nel 20%) e in
Puglia (nel 15,5%).

Il virologo
Pasquale Ferrante, docente dell’Università di Milano, coordinatore dei laboratori di virologia della Statale e direttore dell’istituto clinico ‘Città Studi’, ha spiegato all’Agenzia Dire, che “Una variante non può essere definita più pericolosa prima di avere dei risultati scientifici”. Ferrante si occupa, insieme al suo gruppo di ricercatori, di coltivare il virus, quindi studiarlo più approfonditamente ed è ottimista sui vaccini. ” Abbiamo un centro di massima sicurezza e possiamo lavorare con i virus più pericolosi. Ora sta analizzando la variante inglese per testare se gli anticorpi sviluppati dai soggetti vaccinati siano neutralizzanti anche nei confronti di questa mutazione. Per avere delle risposte, bisognerà aspettare altre due settimane. Il tema delle varianti esiste, ma dobbiamo ancora capire se hanno un impatto sulle vaccinazioni e sulla gravità della malattia. Per adesso si hanno soltanto delle indicazioni su un’alterazione molecolare della proteina Spike che inciderebbe sulla capacità infettante. Anche in questo caso serve però più tempo. Questi sono tutti dati che non possiamo dare immediatamente. Dobbiamo attendere che gli studi vengano pubblicati. Analizzando la variante scozzese (quella che a detta del consulente Guido Bertolaso sarebbe presente in alcuni comuni del Varesotto), il gruppo di ricerca dell’università di Milano
ha scoperto che i soggetti vaccinati sono protetti anche per quella mutazione del Sars-CoV-2. Dagli studi pubblicati sul ‘The New England Journal of Medicine’ sembrerebbe che anche nei confronti della variante inglese rimanga l’efficacia neutralizzante degli anticorpi. L’importante è avere pazienza, anche per far in modo che le persone non incomincino a dubitare dell’efficacia dei vaccini. Penso che alla fine contrarre una variante sarà come ricevere un’ulteriore dose di stimolazione antigenica”.
Anna Ammanniti