(di Anna Ammanniti) Il Giorno del Ricordo si celebra il 10 febbraio di ogni anno. Conservare la memoria per non dimenticare le vittime delle foibe e l’esodo degli italiani dall’Istria, dalla Dalmazia e da Fiume avvenuto durante il secondo conflitto mondiale e negli anni a seguire.
Perché il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo? È stata scelto il 10 febbraio perché quel giorno del 1947 vennero firmati i trattati di Pace a Parigi in base ai quali l’Istria, il Quarnaro, Zara e la sua provincia e buona parte della Venezia Giulia venivano assegnati alla Jugoslavia. Terre che prima di allora erano appartenute all’Italia e che il maresciallo Tito volle “ripulire” dagli italiani. I massacri delle foibe sono rimasti avvolti nel mistero per quasi 60 anni. Un pezzo di storia dell’uomo inabissata nel muro del silenzio, episodi di grande violenza, di sangue, una tragedia lasciata nell’oblio per troppi anni. Bambini, donne, uomini torturati, ammazzati e poi gettati nelle foibe, dalle milizie della Jugoslavia di Tito. Occultati per sempre in questi enormi inghiottitoi naturali, tipici delle aree carsiche. Spariti in maniera rapida, eliminati, l’unica colpa quella di essere italiani, o fascisti o contrari al regime comunista. La violenza di massa da parte del movimento di liberazione sloveno e croato e delle strutture del nuovo Stato iugoslavo creato da Tito, si scatenò in due riprese, prima nell’autunno del 1943 e poi nella primavera del 1945. Finirono nelle foibe più di 3mila italiani, in totale circa 80 mila persone. La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono dei fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato quei territori, furono torturati e gettati nelle foibe. Dopo il crollo del Terzo Reich l’obiettivo di Tito era l’occupazione dei territori italiani e nel 1945 occupò l’Istria impadronendosi di Fiume, massacrando con terribili esecuzioni gli italiani. Furono gettati nelle foibe o deportarti nei campi di concentramento sloveni e croati. Nel 1945 finirono nelle foibe i carabinieri, i poliziotti e i finanzieri, i militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, schierati poi sugli argini delle foibe. Si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze disumane. Tra il 1945 e il 1956 iniziò invece l’esodo dei giuliani, dei quarnerini e dei dalmati italiani, emigrarono tra le 250mila e le 350mila persone. Nel 1947 si svolse un episodio che passò alla storia come il treno della vergogna. Alcuni esuli da Pola, arrivarono ad Ancona dove vennero accolti con ostilità. Vi era la convinzione che gli esuli fossero fascisti in fuga dal regime di Tito. In realtà molti fra gli esuli non avevano mai appoggiato il fascismo, ma erano apertamente antifascisti, cattolici o ex partigiani. Da Ancona gli esuli partirono su un treno per Bologna. Una volta arrivati in stazione, i ferrovieri si misero in sciopero, considerando quel convoglio il treno dei fascisti. I passeggeri vennero lasciati senza cibo, impossibilitati a scendere dal treno. Tantissimi altri profughi arrivarono in Italia con i loro dolori, i loro fantasmi, i loro ricordi. Arrivarono a Trieste, ma trovarono una città, una nazione, piegata dalla guerra. Si imbarcarono per l’America e l’Australia, in cerca di un luogo in cui ricominciare a vivere e dimenticare gli orrori vissuti. Lasciarono lì le loro fotografie, i loro mobili. Lasciarono i loro averi, lasciarono il loro passato nel Magazzino 18, il custode della memoria dell’esodo istriano. Anna Ammanniti
