(di Anna Ammanniti) Il criminologo e sociologo Marino D’Amore docente di Internet e social media e di Social network analysis presso l’Università Niccolò Cusano, spiega il fenomeno delle challenge mortali e le molteplici sfide che invadono letteralmente il web.
La Blackout Challenge è solo l’ultima, in ordine cronologico, assurda sfida sui social. Un “gioco” in cui i partecipanti sono invitati a stringersi una corda intorno al collo per provare la propria resistenza. Purtroppo questa stupida sfida è ormai diffusissima tra i più giovani, ed è costata la vita ad una bambina di 10 anni. Antonella morta a Palermo qualche giorno fa, ha sfidato la sorte nella sfida social. Il “gioco folle” della nuova generazione si chiama “challenge”. Si tratta di sfide a volte ridicole altre volte pericolose, anche mortali. Dopo essere filmate vengono condivise sui social network. Secondo lei quale meccanismo scatta nella mente di chi partecipa a queste folli sfide? Voglia di protagonismo, popolarità o cosa? In vicende di questo tipo, come la blackout challenge, si uniscono diversi fattori che ne amplificano il drammatico appeal sugli utenti: in primo luogo emerge il fatto di sentirsi parte di un gruppo, il senso di appartenenza, che al contempo, concede a coloro che abitano questi spazi digitali la possibilità di avere un vero e proprio pubblico verso cui esibirsi. Il protagonismo che ne deriva necessita di approvazione e conferme, quelle stesse conferme che sfociano nella like addiction e inducono a spingersi sempre oltre il buon senso e la responsabilità, spinti anche da una sorta di invulnerabilità che le dinamiche competitive della gamification portano con sé. L’ultima tragedia, la bimba di Palermo. Solo 10 anni morta per asfissia in seguito a una terribile challenge. Secondo lei chi “stuzzica” e propone queste sfide che obiettivo ha? Uccidere? Il vero problema è che manca completamente la percezione del rischio, sia in chi le propone sia in che le mette in atto. Una condizione che deriva da quel senso invulnerabilità adolescenziale sopracitato, tipico di questa fase esistenziale, unito a evidenti dinamiche di emulazione, soprattutto per i più piccoli, spinte da tutto quello che diventa moda e che esclude chi non vi aderisce. Inoltre, nei nativi digitali, la competenza tecnica mostrata verso le nuove tecnologie e inversamente proporzionale a quella socio-relazionale, questo palesa grandi difficoltà nel comprendere ciò che è pericoloso da ciò che non lo è. Un serio deficit interpretativo che aumenta le possibilità di cadere in trappola: si pensi al grooming o al cyberbullismo. Ai giovani, al di là del Covid, perché anche prima della pandemia ci si imbatteva nelle mortali sfide sul web. Mi viene in mente la Blue Whale Challenge e la Train Surfing, cosa manca? Sicuramente un’educazione sociale, una formazione in questo senso che coinvolga gli immigrati e i nativi digitali, e che stimoli un dialogo efficace, non ostacolato bensì stimolato dalle nuove tecnologie. Demonizzare Internet significa guardare il dito che indica la luna, la soluzione più saggia è cercare di conoscere meglio un mondo come quello digitale che ormai occupa tanta parte della nostra quotidianità e stimolare così un proficuo dialogo tra generazioni. Perché queste sfide coinvolgono così tanti bambini e adolescenti? Perché quello è il momento esistenziale della socializzazione: un processo fondamentale nella costruzione di un’identità stabile e che, come tale, deve essere guidato. Quando quello che dovrebbe essere un lavoro genitoriale viene delegato completamente al web possono emergere delle criticità e delle distorsioni davvero gravi come quella a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Metaforicamente il web è come un treno: può portarci verso luoghi meravigliosi, ma chi lascerebbe un bambino o un adolescente viaggiare da solo per giorni. I genitori stanno perdendo il controllo dei figli o i giovani sono più ribelli e non ascoltano? La figura genitoriale ha perso autorevolezza nel tempo per diverse ragioni di carattere sociale, economico o esistenziale. In alcuni casi pianificare il futuro per sé e per i propri figli è diventato sempre più difficile e a volte ci si affida addirittura alle generazioni precedenti, quelle dei nonni, per vivere. Tale condizione aumenta il divario tra genitori e figli che vede i primi apparire come dei “pari” un po’ più vecchi e, come tali, non rappresentare una guida legittima e attendibile. Tutto ciò stimola quindi l’esperienza individuale che nel web trova la sua massima espressione. Cosa possono fare gli enti preposti per evitare simili tragedie? Cosa può fare la società? Occorre mettere in campo un grande processo formativo, incentivato da precise politiche di settore e di più ampio respiro, che preveda programmi nelle scuole, si indirizzi verso le famiglie e unisca la conoscenza di competenze tecniche e di quelle sociali in modo strutturato e chiaro, ma soprattutto che veicoli un messaggio in modo inequivocabile: la vita non è e non sarà mai un gioco. Anna Ammanniti
