GIORNATA DELLA MEMORIA – Ricordare per non cadere ancora nell’odio e nella violenza

Anna Ammanniti
11 MIn Lettura
(di Anna Ammanniti) Studiare la storia per non ripetere gli errori del passato. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase! Ebbene, assume una straordinaria importanza la memoria, quando i ricordi riaffiorano improvvisamente con la stessa velocità con cui scompaiono. È la memoria che permette di staccarsi dal passato per cercare di rimediare ad eventuali errori commessi. Quando è possibile rimediare … Ricordare per non fare più lo stesso errore. Testimoniare ciò che è stato nel passato è importantissimo. Oggi si celebra il Giorno della Memoria. Cosa è necessario ricordare per non fare più gli stessi errori? Sicuramente l’Olocausto o meglio chiamato la Shoah.

Sono trascorsi 76 anni da quel giorno, quando il 27 gennaio 1945 le truppe russe dell’Armata Rossa fecero irruzione nel campo di concentramento di Auschwitz. Furono liberati gli ebrei prigionieri e fu svelato al mondo tutta la ferocia nazista con la quale si era posto in essere uno dei più gravi genocidi della storia. Non dimenticare diventa il baluardo della coscienza e del ripudio di simili azioni, affinché non vengano più ripetute. Quante volte abbiamo sentito parlare di Auschwitz? Tantissime volte per commemorare, ma anche tante volte in contesti poco adeguati. Quante volte si è deriso facendo becera ironia sulla scritta sovrastante la porta d’ingresso di Auschwitz? Sappiamo veramente cosa vuol dire quando si nomina “invano” Auschwitz? Quante persone sono morte al di là di quella porta? Un milione e mezzo di uomini, donne, bambini, anziani varcarono quel cancello e non videro più la luce del giorno. Un milione e mezzo di persone a cui fu strappata la vita, i sogni, la dignità. Un milione e mezzo furono le vittime ad Auschwitz. Quanto terrore, quanta disumanità è stata consumata all’interno di Auschwitz? Forse conoscere la storia può aiutare a comprendere e a non ripetere, a non ricadere nello stesso errore. “Gli uomini sono tutti uguali” e non è solo una frase ad affetto. Cosa è stato Auschwitz? Il campo di concentramento di Auschwitz esiste ancora come luogo, si trova in Polonia a circa 60km da Cracovia, esso è stato il più grande campo di sterminio della storia. Al suo interno furono imprigionati circa 20 mila persone, compresi i bambini. I primi ad essere reclusi nel campo furono i prigionieri politici dell’esercito polacco, ma non tardarono a seguirli anche i membri della resistenza, gli intellettuali, gli omosessuali, gli zingari e gli ebrei. C’era una camera a gas che veniva utilizzata per uccidere persone inadatte al lavoro o che superavano il limite di contenimento del campo di concentramento. I Lager erano i campi di sterminio, luogo di costrizione fisica e mentale, dove l’uomo veniva sottoposto a inaudita violenza, affinché ogni suo desiderio, ogni sua speranza fosse dimenticata nell’oblio. Il campo di sterminio di Birkenau era invece uno dei tre campi principali che formavano il complesso vicino ad Auschwitz, conteneva circa 60 mila persone. Vi erano anche una serie di sottocampi che potevano distare centinaia di chilometri dal campo principale. In uno di questi fu imprigionato Primo Levi, era il campo di Mònowitz. Il campo di lavoro più grande, conteneva fino a 12 mila persone, era distante sette km da Auschwitz. La maggior parte degli ebrei era stati ingannata dai nazisti. Avevano venduto loro terreni e case, in cambio di interessanti posti di lavoro. Arrivavano ad Auschwitz dopo un estenuante viaggio in treno, senza mangiare e bere, ammassati nei vagoni merci. Convogli carichi di gente in condizioni igieniche inimmaginabili. Donne, uomini, anziani, malati e bambini venivano scaricati su una banchina e portati al controllo medico. Qui venivano selezionati, quelli considerati poco adatti a lavorare raggiungevano direttamente le camere a gas. Dovevano farsi una doccia e dopo aver lasciato i propri averi nella sala, venivano ammazzati con acido cianidrico.  I minuti necessari per morire, d’asfissia, nelle camere a gas erano 15/20. Una morte atroce, con le persone che si arrampicavano le une sulle altre alla ricerca di aria, congelate dalla morte come statue tra mille spasmi. Una volta constatato che fossero tutti morti, venivano strappati loro i denti d’oro, gli orecchini … e poi portati nei campi crematori. Agli “idonei” venivano portati via gli abiti, venivano rasati e veniva tatuato loro un numero con il quale sarebbero stati identificati per tutto il periodo del loro internamento, cioè per sempre, fino alla morte. Il loro nome era stato annullato, non dovevano più esistere. L’obiettivo dei nazisti era togliere qualsiasi dignità ai prigionieri, farli sentire come animali spogliati di qualsiasi parvenza di umanità. Altri prigionieri venivano utilizzati per gli esperimenti. Soprattutto le donne erano obbligate a partecipare a spietati esperimenti di sterilizzazione. Arrivati al campo i prigionieri si trovavano davanti all’ingresso con la grande scritta “Arbeit macht frei”, ossia “Il lavoro rende liberi”. Con il senno del poi … un senso dell’humor piuttosto sadico. Il lavoro rende liberi, significava schiavizzare tutti a un lavoro forzato che durava quasi 12 ore al giorno. I prigionieri vivevano in baracche di legno sovraffollate. I letti erano tavoli di legno posti su tre piani e dotati di un pagliericcio conservato male, sul quale dormivano più persone appoggiate le une sulle altre, con coperte sporche e lacere. Malattie e pidocchi infestavano tutto il campo. Ogni 15 giorni i prigionieri avevano una domenica di riposo. Potevano occuparsi della manutenzione dei capannoni e della loro igiene personale. Uno dei peggiori tormenti della vita del campo erano gli appelli, che avvenivano più volte al giorno. Duravano a volte per ore, in alcuni casi anche più di dieci ore, si controllava il numero dei detenuti. Le SS spesso ordinavano anche gli appelli punitivi, durante i quali gli internati dovevano stare a lungo rannicchiati, oppure in ginocchio, o addirittura veniva ordinato loro di tenere le braccia in alto per qualche ora. Spesse volte durante gli appelli si eseguivano pubblicamente esecuzioni capitali sulla forca mobile o su quella collettiva. I prigionieri potevano essere puniti per qualsiasi cosa. Si puniva il detenuto per aver colto una mela, perché si riteneva che lavorasse troppo lentamente, per aver sbrigato un bisogno fisiologico durante il lavoro, per essersi estratto un dente d’oro per barattarlo con un tozzo di pane. Erano presenti anche i bambini, deportati al campo insieme agli adulti. Erano soprattutto bambini ebrei, zingari, ma anche polacchi e russi. La maggior parte dei bimbi ebrei morì nelle camere a gas, subito dopo l’arrivo. Alcuni bambini, soprattutto i gemelli, servivano da cavie per gli esperimenti di medicina. Gli altri dovevano lavorare duramente. I ragazzini condotti al campo di concentramento erano registrati e spesso contrassegnati come prigionieri politici. Il campo era diviso in blocchi. Il numero 11 era il blocco della morte, qui i prigionieri venivano torturati, chiusi in celle esigue, dove sarebbero morti di fame oppure uccisi. Prima di essere assassinati venivano derubati di tutti gli oggetti personali: valige, stivali, occhiali, pentole … capelli, messi in vendita per la fabbricazione dei cappotti dei nazisti. Nella cella 18 si trovavano i detenuti condannati alla “morte per fame”; la cella 20 era una cella segreta, dove si verificavano casi di morte in seguito a soffocamento per mancanza d’aria. Nella cella 21 ad oggi sono conservati i disegni che vi hanno tracciato i suoi prigionieri. L’odio nazista non dava scampo a speranze, i prigionieri erano destinati a morte certa. Camere gas, sevizie, fucilazione, malattie, stenti, il loro destino era morire. Poi c’era Bikernau, il campo era formato da 175 ettari ed era diviso in varie sezioni, delimitate da filo spinato e recinzioni elettrificate. Era un campo costruito per la “Soluzione finale”, lo sterminio dei prigionieri. Vi erano cinque camere a gas e forni crematori, ognuno conteneva 2500 prigionieri. Nel campo ancora oggi si conservano alcuni capannoni originari, le enormi latrine e i resti dei forni crematori e delle camere a gas, che i nazisti, all’arrivo dei russi, cercarono di distruggere prima di scappare frettolosamente. Nei campi sono conservati i blocchi e parte delle baracche carcerarie, i cancelli di entrata ai campi, le garitte e le torrette delle SS ed il recinto di filo spinato. Alcuni edifici distrutti dai nazisti prima della fuga per cancellare le tracce dei loro crimini, come i forni del crematorio di Auschwitz I, il “Muro della Morte” e la forca collettiva, sono stati ricostruiti con gli elementi originali. Il crematorio è situato al di fuori del recinto del campo di concentramento. In ogni forno venivano gettati contemporaneamente due o tre cadaveri. In cinque anni, in 800 provarono a fuggire da Auschwitz e dai suoi sottocampi. Solo 144 ci riuscirono. I bambini deportati furono 230 mila, solo in 600 si salvarono. I deportati dall’Italia ad Auschwitz furono 40 mila, morirono in 37 mila. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberarono i prigionieri rimasti nel campo, anche se, purtroppo, la maggior parte erano malati o moribondi. La memoria è per non ripetere atteggiamenti pericolosi che producono odio e violenza. Anna Ammanniti
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